«Terre incolte della Sardegna ai rifugiati»: attacchi sul web a Beppe Severgnini, lui replica
Il giornalista dopo la proposta sul New York Times: «Negli Usa complimenti, in Italia solo insulti. Ma io non propongo di colonizzare l’isola»
SASSARI. Gli hanno detto di tutto, l’hanno accusato di essere un neocolonialista, un pazzo, lo hanno riempito di insulti e parolacce, ma la cosa che gli ha fatto più male sono gli attacchi arrivati dalla Sardegna. Dalla sua Sardegna. Che lui conosce in lungo e in largo e frequenta da decenni, in estate come in inverno. Due giorni fa Beppe Severgnini, una delle firme più prestigiose del Corriere, dalle colonne del New York Times ha proposto una soluzione per la questione immigrazione: affidare ai rifugiati le terre incolte della penisola e favorire così anche il ripopolamento di quelle aree che oggi si stanno svuotando.
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Sardegna contro. Apriti cielo. Tutti contro Beppe Severgnini, in particolare in Sardegna, che lui ha indicato insieme ad Abruzzo e Molise come possibile meta dei migranti e che ha definito sulle colonne del New York Times «l’isola più bella del Mediterraneo».
«Lungi da me qualsiasi ipotesi di voler colonizzare la Sardegna – afferma il giornalista –. Ci mancherebbe, è una terra che amo moltissimo e di cui conosco le difficoltà. Non sono impazzito, nella mia fantasia anzi mi proponevo di aiutare l’isola attraverso il rilancio delle zone disabitate. La mia idea non era una riproposizione della vecchia pratica di mandare per punizione la gente in Sardegna. Cosa che accadde anche a un fratello di mio nonno magistrato. Io ho voluto semplicemente proporre una soluzione a una questione di cui tutti si lamentano».
Provocazione. Una boutade, insomma. «Anche. La mia è, innanzitutto, una proposta su un problema di portata storica che esiste e che va risolto, perché non va via da solo come il mal di denti. Ma è anche una provocazione, perché sono stufo di sentire solo gente che si lamenta. Il problema esiste e non si può fare finta di nulla, l’alternativa sono i ghetti, ovvero le strade, in cui oggi i migranti si riversano. A Roma come a Sassari».
Terre incolte ai rifugiati? Dagli USA, commenti e complimenti. Dall'Italia, derisione e insulti.Corriere della Sera The New York Times The New York Times Opinion Section #refugees
Posted by Beppe Severgnini on Giovedì 5 novembre 2015
Il post con cui Beppe Severgnini ha commentato le reazioni in Italia
Insulti e complimenti. La proposta, o provocazione che sia, non ha però sortito l’effetto sperato. E all’indirizzo di Severgnini sono partite valanghe di insulti. «Ma non all’estero, dove anzi mi hanno fatto i complimenti. Negli Usa quando di fronte a un problema uno propone una soluzione viene apprezzato. In Italia, invece, solo derisione e insulti. Che dire? La prossima volta mi limiterò a lamentarmi e protestare. Chissà quanti applausi».
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Social network. Le reazioni non fermano però Severgnini. Che non solo mantiene il suo presidio sui social network - «gli attacchi mi spiacciono, ma non mi tolgono il sonno. Ma non mi aspettavo una certa aggressività dalla Sardegna» -, ma è anche convinto della bontà della sua proposta che richiama l’antica centuriazione romana quando ai veterani venivano affidati i terreni incolti.
«Se i rifugiati lavorassero e aiutassero a recuperare il territorio del Paese che li accoglie verrebbero visti in una luce diversa. Inoltre, in molti casi sono persone che hanno le giuste competenze. Agricoltori, costruttori, artigiani che oggi in molte zone d’Italia mancano».
Renzi. Sulla messa in atto della sua proposta, però, Severgnini è pessimista, anche perché «oggi l’Italia non ha quella leadership carismatica che aveva la Roma repubblicana. Renzi ha coraggio ma non abbastanza. Se proponesse una cosa simile si beccherebbe gli insulti che mi sto beccando io. Ma io me lo posso permettere, lui no. Il politico dovrebbe guardare al lungo termine – conclude il giornalista, da lunedì su Raitre con “L’erba dei vicini” –: Settimio Severo lo faceva, Renzi no».
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