Gramsci in carcere La trattativa fallita
Una ricostruzione storica dei ripetuti tentativi di liberarlo
di Umberto Cocco
Una novità Sellerio, un libro di oltre 500 pagine, intitolato “Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato” e scritto non da uno storico di professione, Giorgio Fabre, sta facendo di nuovo discutere sulle difficoltà, gli equivoci, le ostilità fra Antonio Gramsci e il gruppo dirigente del suo partito o almeno alcuni dei dirigenti che all'estero, costretti alla clandestinità e all'esilio, temono in diverso grado l'evoluzione del pensiero di Gramsci, l'ingombrante peso della sua libertà, originalità, in una situazione che con Stalin trionfante pare a loro che non siano consentite.
Giorgio Fabre è atteso a Ghilarza oggi, per la prima delle iniziative che la redazione di SardegnaSoprattutto sta dedicando al grande intellettuale sardo, a poco più di un anno dall'ottantesimo anniversario della morte (1937), e mentre a Ghilarza e in Sardegna è aperta una discussione sulla casa Gramsci, che sta per venire finalmente riconosciuta dalla Sovrintendenza come museo sotto tutela dello Stato per iniziativa della proprietà (la Fondazione Berlinguer, erede di tutti i beni del Pci e dei Ds).
Con Fabre sono annunciati nel dibattito (7 novembre, Torre Aragonese, ore 18) l'archeologa Maria Antonietta Mongiu e lo storico Gianluca Scroccu, mentre il 3 dicembre nello stesso luogo Adriano Prosperi affronta in un dibattito una delle questioni centrali nel libro di Fabre, l'idea che ha Gramsci della Chiesa cattolica, il peso della religione in Italia, un modello di egemonia culturale, e di potere reale, evidentemente interessante per lo studioso della cultura, degli intellettuali, dell'organizzazione dello stato in Italia e in Europa.
“Lo scambio” è infatti la storia ricchissima di particolari inediti dei tentativi - attraverso l'intermediazione del Vaticano e dell'Unione Sovietica - di liberare Gramsci dal carcere nel quale è rinchiuso dal 1926, e di riportarlo vivo ai suoi cari o in Unione Sovietica dove sono la moglie e i figli, o a Ghilarza nell'ambiente che egli sembra ritenere più adatto alla convalescenza dopo il lungo ricovero nella clinica di Formia.
Dovrebbe venire scambiato di volta in volta con sacerdoti o un vescovo detenuti in Unione Sovietica, e si mobilitano ambasciatori e nunzi apostolici, anche Eugenio Pacelli nel primo tentativo, da nunzio vaticano a Berlino. Ne è informato sicuramente Mussolini, e tra gli amici di Gramsci il solo vero grande fidatissimo amico Piero Sraffa, più dei familiari medesimi, sardi e sovietici, e le cui relazioni e la parentela con Mariano D'Amelio presidente della Cassazione spiegano anche i canali attraverso cui Antonio viene fornito dei libri dei quali alimenta la sua impressionante ricerca.
Falliscono tutti, questi tentativi: perché risentono dell'evoluzione dei rapporti fra l'Italia fascista e l'Unione Sovietica, delle fasi diverse delle relazioni fra fascismo, Vaticano, Stalin, le relazioni reali e quelle che le opinioni pubbliche avrebbero immaginato dietro l'eventuale scambio, e che avevano almeno altrettanto peso nelle decisioni.
Ma Gramsci crede – sino a farne “. un'ossessione”, scrive Fabre – nel ruolo della Chiesa cattolica, e torna ogni volta a coltivare la speranza nelle gerarchie vaticane, ogni volta raccomandando di tenere fuori il suo partito, del quale è sì ancora “il capo”, ma che ritiene un ostacolo alla sua liberazione, dopo la famosa lettera di Grieco che gli scrive rivolgendoglisi come al leader riconosciuto mentre la linea difensiva di Gramsci in vista del processone del tribunale speciale è quella di fingere di non avere alcun ruolo nel partito che pure ha fondato a Livorno qualche anno prima.
La vicenda che avrebbe potuto anche cambiare la vita di Gramsci, e chissà quanto quella dell'Italia, della nostra storia politica, comincia da alcune carte trovate da Giorgio Fabre nell'archivio Andreotti, provenienti dagli archivi dell'Unione Sovietica per concessione di Gorbacev e del Vaticano e pubblicate dall'uomo politico democristiano, ma che a vedere gli originali nascondevano cancellature, manomissioni, forse di Alessandro Natta segretario del Pci dopo Berlinguer, che neppure Paolo Spriano, storico del partito, rivelò.
Così un giornalista come è Fabre – già a Rinascita, poi all'Unità, infine nelle pagine culturali di Panorama – rinverdisce una tradizione di rigore storico che fu - a proposito di Gramsci e di giornalisti - di Giuseppe Fiori, autore dell'ancora insuperata “Vita di Antonio Gramsci”, la biografia pubblicata nel 1966 e nella quale non a caso per la prima volta si racconta del tentativo coltivato dal grande sardo di ottenere la liberazione attraverso uno scambio favorito dalla Chiesa.
Scriveva Adriano Prosperi su La Repubblica qualche settimana fa: «Giorgio Fabre dichiara (….) la passione che lo lega al suo tema. Il suo è un forte sentimento d’ammirazione per l’uomo Gramsci, per il modo in cui riuscì a «bucare le pareti del suo carcere» e a guardare a ciò che si faceva e si pensava nel mondo intorno allo scontro politico in atto in Europa, col risultato di dare ai suoi Quaderni quel respiro di straordinaria curiosità e libertà intellettuale che tutti conoscono».
“Lo scambio” non chiude la ricerca, dice lo stesso Prosperi. Anzi, la riapre. Il professore emerito di Storia moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa viene a Ghilarza il 3 dicembre appunto a sviluppare il tema, affrontando un dibattito con il filosofo Silvano Tagliagambe e con Andrea Oppo, slavista (ghilarzese), docente di Filosofia teoretica alla Facoltà teologica di Cagliari. Accade mentre sta nascendo una Fondazione casa Gramsci, c'è una nuova amministrazione comunale, e forse i cattolici non si opporrebbero più all'intitolazione di una strada a questo grande ghilarzese...
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