Cgil: «Sulla sanità più confronto»
Carrus: «Il numero dell’Asl è l’ultimo problema ma non servono certo i diktat»
CAGLIARI. Non conta il numero delle Azienda sanitarie, ma il grado di coinvolgimento delle comunità nel riordino degli ospedali e soprattutto quella che sarà la qualità finale dei servizi. È il punto di vista della Cgil sulla riforma della sanità, come sottolineato dal segretario generale del sindacato Michele Carrus, nella replica a quanto detto dall’assessore alla Salute, Luigi Arru, in un’intervista al sito dello stesso sindacato. La posizione della Regione può essere riassunta così: «Non più di tre Asl.. Se fossero due sarebbero Cagliari e Sassari ma, nell’ipotesi più allargata, la terza e non potrebbe che essere Nuoro. Naturalmente, ci sarebbero poi l'Areus, l’azienda che coordinerà il servizio di 118, il polo del Brotzu. le aziende ospedaliere universitarie, quella di Sassari e quella di Cagliari, sulla quale in futuro si potrebbe discutere su un suoingresso nella Asl, proposta per ora respinta dalla stesse Azuienda mista». Ecco quale è stata la replica della Cigli: «Andrebbe bene anche una sola Asl ma prima devono funzionare conferenze e consigli di distretto». Ribadita certo la necessità di ridurre i costi, la Cgil è molto preoccupata per i tagli ai servizi se i diversi piani (rete ospedaliera e territoriale) non procedessero uniti verso un unico traguardo. Secondo il segretario del sindacato – che aspetta una convocazione dalla Giunta per capire a quale tappa siamo arrivati dopo la prima fase di confronto – è indispensabile che la Regione aumenti le occasioni di confronto. «Il processo di riorganizzazione – aggiunge Carus – sarà così più trasparente. E per quanto riguarda il riordino delle Asl, il punto non è solo sul numero ma il fatto che occorre mettere in fila forme e strumenti di partecipazione alla programmazione e al controllo sulla governance dei servizi». Per la Cgil ciò che fa la differenza è «se negli ambiti ottimali e strategici che si individuano si consolidano strumenti effettivi di coinvolgimento delle comunità, perché così si amministra meglio e si superano modelli culturali e gestionali ormai insostenibili con consapevolezza e senza sprechi di risorse».
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