Amava l’isola, ma non tornava mai
Si era diplomato in carcere e studiava Lettere. Il dolore del suo professore
PADOVA. Basso, tarchiato, robusto di lavori di fatica; silenzioso e discreto, da buon sardo; persona intelligente che, in carcere e nonostante il carcere, aveva trovato la marcia in più da ingranare. Nel 2012 Antonio Floris, 16 anni di condanna, libertà tra due anni e mezzo, si era diplomato in ragioneria frequentando la scuola al Due Palazzi, una bellissima maturità ricordano i suoi insegnanti. Poi si era iscritto a Lettere. La sua grande passione. Scriveva poesie, amava la letteratura, era stato nella redazione della rivista “Ristretti orizzonti” e per conto proprio studiava la legge: era diventato un punto di riferimento in carcere, i detenuti gli portavano le loro carte processuali, lui sapeva interpretarle e spiegarle, con competenza, mettendo ordine nel guazzabuglio di speranze e angosce di chi ha la vita ammanettata ai tempi della giustizia, alle attese dei permessi, degli sconti di pena, dei benefici possibili e impossibili. Alla conta degli anni. E amava studiare la sua Sardegna, era un esperto della Carta de logu.
«Non ho creduto per un secondo che Antonio fosse scappato. Non era da lui. E quando l’altro ieri si è saputo che non era rientrato, mi sono preoccupato e sono andato a ripercorrere la strada che faceva in bicicletta, da Chiesanuova al carcere: ero sicuro che gli fosse successo un incidente. Che l’avrei trovato finito in fosso con la bicicletta, investito, insomma qualcosa così». A parlare è Paolo Maria Piva, da nove anni insegnante di italiano e storia al penale Due Palazzi e presidente della squadra di calcio di detenuti “Palla al piede”. «Sono affranto, veramente addolorato. Antonio mi mancherà. Una persona di valore, a prescindere da quello che aveva fatto».
Floris aveva ottenuto l’applicazione dell’articolo 21, un beneficio concesso dal direttore dell’istituto di pena che consiste nella possibilità di uscire dal carcere per lavorare. E andava su e giù, in bici, dall’Oasi di Chiesanuova, tutti i giorni. Anzi, non tutti: per 45 giorni all’anno aveva la possibilità di dormire lì. Dove aveva la sua camera. E dove, quando dalla Sardegna venivano i suoi familiari e la sua donna, preparava con grande cura il porcetto. Non aveva piacere di ricevere visite, prima, quando era fisso in carcere, soprattutto da parte della sua fidanzata. Ma con la “semilibertà” le cose erano cambiate. Due mesi fa l’ultima visita. «Più di qualche volta mi aveva invitato a cena dai padri mercedari all’Oasi, e io volentieri andavo. Parlavamo. Ma so che non era mai voluto tornare in permesso in Sardegna, al suo paese».
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