Il detenuto di Desulo massacrato a bastonate
Antonio Floris non era evaso: il cadavere nel centro religioso dove lavorava
PADOVA. Ucciso a bastonate e nascosto sotto una catasta di legna. Dopo due giorni e mezzo la polizia ha scoperto che Antonio Floris, 61 anni, detenuto di Desulo condannato a sedici anni di carcere per due tentati omicidi, non era evaso. È sempre stato lì dove la sua vita doveva ripartire, nell’Oasi gestita dai Padri Mercedari a Chiesanuova. Qualcuno l’ha aggredito venerdì sera dopo cena mentre stava per salire in sella alla sua bicicletta per tornare al Due Palazzi. Una o due bastonate alla nuca. Colpi inferti al buio prima di trascinare il corpo a una quindicina di metri distanza, dove è stato sotterrato con la legna tagliata per l’inverno. È la fine di un uomo che da qualche anno stava assaporando una rivalsa sociale. È la tragedia che ha sconvolto la piccola comunità religiosa dove ai detenuti viene data un’altra possibilità. È il giallo su cui stanno indagando gli uomini della Squadra mobile di Padova.
Le indagini. Gli investigatori stanno interrogando tutte le persone che vivono e lavorano nella comunità di via Righi. Lì ci sono due sacerdoti, con don Giovannino che da appena due mesi è stato nominato direttore della struttura. Poi ci sono trenta detenuti che, dopo un periodo dietro le sbarre, vengono ammessi al programma di reinserimento nella società. Molti di questi arrivano la mattina, lavorano tutti il giorno e poi tornano in carcere la sera. Altri rimangono anche lì a dormire. È l’anticamera della libertà, una fase delicatissima in cui il detenuto viene valutato sotto vari punti di vista. E se c’è un aspetto che emerge con forza ora che tutti stanno cercando di decifrare questa tragedia, è che Antonio Floris di quella comunità era un punto di riferimento.
Le ultime ore. Venerdì sera era rimasto a cena con i due sacerdoti e con qualche ospite della struttura. Poco prima delle 20.30 ha salutato tutti ed è andato a recuperare la bicicletta per tornare al penitenziario di via Due Palazzi. Ma verso le 23 qualcuno dal carcere ha telefonato alla struttura dei padri Mercedari chiedendo notizie di Floris e del suo mancato rientro. I pochi rimasti svegli sono usciti in cortile e hanno trovato la sua bicicletta ancora legata alla catena. A terra c’erano lo zainetto con alcuni indumenti e poco distante anche il suo orologio. Con il buio della sera nessuno si è reso conto di tutto il sangue che c’era intorno. Le macchie rosse e i ciuffi di capelli sono stati notati il mattino successivo, quando il sole ha ripreso a illuminare questa fetta di campagna dietro il cimitero maggiore. A quel punto è stato dato l’allarme alla polizia.Da sabato mattina gli uomini della Scientifica non se ne sono più andati, perché bisognava dare un senso a quella scomparsa. Improbabile che si trattasse di una semplice evasione. Ad Antonio Floris mancavano più o meno due anni e mezzo prima di tornare a essere un uomo libero. E poi c’erano quelle tracce di sangue vicine agli effetti personali e alla bicicletta.
La svolta. È arrivata nel primo pomeriggio di ieri. Scandagliando il terreno agricolo a ridosso degli orti e delle serre gestire dai padri Mercedari, i poliziotti si sono soffermati su una catasta di legna poco distante da un canale di scolo, un’area mai presa in considerazione. Hanno spostato alcuni ceppi ed è emerso il volto tumefatto di Antonio Floris. Era stato ricoperto completamente e le temperature di questi giorni non ne avevano favorito la decomposizione. Con l’esame esterno il medico legale ha scoperto le lesioni alla nuca: ferite compatibili con una o più bastonate. Anche sul volto e sulla fronte c’erano tagli profondi ma è possibile che siano le conseguenze del tentativo di nascondere il cadavere. Gli uomini della Squadra mobile stanno cercando di capire chi possa aver covato nel suoi confronti così tanto odio. La dinamica ricostruita fino ad ora consegna nelle mani degli investigatori un delitto d’impeto il cui movente è ancora ignoto.
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