La Nuova Sardegna

Il grande impero dei segni Nei “Quaderni giapponesi” un popolo e i suoi misteri

di FABIO CANESSA
Il grande impero dei segni Nei “Quaderni giapponesi” un popolo e i suoi misteri

Tra documentario, diario e reportage le tavole svelano l’anima nipponica Il fascino dei luoghi e gli incontri con personaggi come Miyazaki e Taniguchi

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di FABIO CANESSA

Estate del 1980. Igort, che già da un po’ si è trasferito a Bologna dove ha iniziato la sua carriera come fumettista, trascorre alcuni giorni in Sardegna. A casa dei genitori. Lavora intensamente, disegna, prende appunti per una nuova storia. È ambientata in Giappone e diventerà “Goodbye Baobab”, il suo primo fumetto lungo, graphic novel come si dice oggi. Il viaggio nel paese del Sol Levante dell’autore sardo, vero nome Igor Tuveri, comincia così. Disegnando quella terra che per lui si sarebbe trasformata in una seconda casa, a partire dagli inizi degli anni Novanta quando viene chiamato a lavorare per la grande casa editrice Kodansha. Da allora una frequentazione continua, oltre venti viaggi con lunghi soggiorni a Tokyo. Un pezzo importante della vita di Igort, raccontato ora nel suo nuovo libro: “Quaderni giapponesi” (Coconino Press). Un documentario a fumetti che partendo dalla sua esperienza di disegnatore occidentale nell’impero dei manga diventa anche un saggio che guida il lettore alla scoperta della cultura e dell’anima giapponese.

Tuffo nella memoria. Un nuovo reportage che arriva dopo “Quaderni ucraini” e “Quaderni russi”. Un altro viaggio, ancora più a oriente. Però molto diverso. «Avevo raccontato storie dure, violazioni di diritti umani, mentre questo è una specie di inno alla bellezza del Giappone. In qualche modo è anche un risarcimento personale dopo quel lavoro sull’Europa Orientale che umanamente mi era costato tanto» . Un tuffo nella memoria che, spiega il disegnatore, è nato quasi per caso. Rileggendo dei vecchi diari e cominciando a postare delle cose su Facebook: «Mi sono reso conto che in effetti non avevo mai raccontato il Giappone in termini documentari. Era sempre stata un terra di sogno, di racconto, di invenzione. Quindi ho cominciato a rileggere dei vecchi diari, nati nei primi viaggi a Tokyo, e mi sono accorto che davo per scontato le cose più importanti: il perché ero lì, qual era la mia esperienza con la più importante casa editrice giapponese, gli incontri. Mi sono dunque messo a fare un acquerello ogni giorno, man mano prendevo appunti e così è nato il libro».

Primo viaggio a Tokyo. Nel libro si respira tutto l’amore di Igort per il Giappone, quel “paradiso dei disegnatori” che lo ha affascinato sin da ragazzo («è una sorta di impero estetico, un impero dei segni») tanto da spingerlo a disegnarlo ben prima di andarlo a visitare. Un lavoro che già negli anni Ottanta cominciò a interessare ai giapponesi. «Il primo a cercarmi – racconta Igort – fu Ryuichi Sakamoto. Io ero un disegnatore futurista e lui voleva fare un disco che era un omaggio ai futuristi. Un giorno mi telefonò. Io pensavo fosse uno scherzo, era un musicista che ammiravo molto. In seguito scoprii che qualcuno aveva anche scritto dei saggi su come io rappresentavo il Giappone».

Lo studio Ghibli. Nella primavera del 1991 infine il primo viaggio a Tokyo. «Da sardo, mi ricordo che guardavo questa terra attorniata dal mare e la prima sensazione fu quella di trovarsi a casa. Poi loro mettono il verbo alla fine come noi, sono piccoletti, agguerriti. E ovviamente rimasi subito colpito da questa bellezza meravigliosa che ti avvolge ovunque tu vada».Una bellezza che nel racconto di Igort trova una delle sue sublimazioni nella magia della grande animazione. Il disegnatore dedica spazio, in particolare, a un capolavoro del genere visto tanti anni fa in Giappone (e che curiosamente proprio in questi giorni è arrivato nelle sale italiane): “Una tomba per le lucciole” di Isao Takahata. «Film di una bellezza struggente, durissimo, con protagonisti due bambini che muoiono di fame. Ho ridisegnato dei fotogrammi inesistenti, sono entrato nel mondo di questo capolavoro, per raccontare la sorpresa di quando comprai la videocassetta e lo vidi per la prima volta». Un film prodotto da quello Studio Ghibli che Igort ha avuto la fortuna di visitare per fare la conoscenza dell’altro grande maestro dell’animazione, Hayao Miyazaki: «Con me fu di una gentilezza unica. Dopo aver guardato il mio lavoro per la Kodansha mi chiese se volevo fare l’animazione, perché secondo lui era nelle mie corde e mi portò in giro per lo Studio per vedere come lavoravano. È stato un regalo incredibile. Miyazaki è un gigante. Ha una narrazione lieve. Quello che inseguivo in questo libro era proprio avvicinarmi all’idea di leggerezza che hanno loro, in cui tutto sembra come il vento».

Ritmi infernali. È lo spirito della cultura giapponese di cui Igort sembra andare alla scoperta nelle tavole che lo ritraggono camminare per la Tokyo dal volto antico, quella lontana dal caos della metropoli . Tavole che ricordano quelle di un altro grande disegnatore, suo amico, Jiro Taniguchi, con il quale sarà a fine novembre protagonista di una mostra nella principale città giapponese: «Si intitola “Uomini che camminano”, il mio sguardo a Oriente e il suo a Occidente – spiega il fumettista –. Siamo molto amici e glielo dico sempre, secondo me il suo lavoro “L'uomo che cammina” è la quintessenza del Giappone». Taniguchi, conosciuto negli anni Novanta in Giappone come altri diversi autori di manga, spesso costretti a lavorare a grandi ritmi, inimmaginabili in Europa. Ritmi infernali che anche Igort conobbe quando fu sottoposto dal suo editor Tsutsumi a quello che definisce «il trattamento». Una storia di sedici pagine al giorno. Per diversi giorni consecutivi. Pagine poi buttate via. «Ma non vorrei aver dato l’impressione di reputare la cosa negativamente – sottolinea –. Credo sia stato fondamentale per me, per capire molte cose».

Maestri eccellenti. È uno dei tanti frammenti che compongono “Quaderni giapponesi”, che alterna al ricordo dell’esperienza personale passaggi che fanno riferimento a nomi importante dell’arte e della cultura giapponese: dal massimo esponente della poesia haiku Matsuo Basho al maestro degli ukiyo-e Hokusai, dai grandi scrittori Kawabata, Tanizaki, Mishima al regista Seijun Suzuki. Un nome che, tra tanti cineasti più noti, può apparire una sorpresa. «Ma non è una scelta, non ho cercato di fare una summa della cultura giapponese – spiega Igort –. Racconto delle cose e Suzuki era il trait d’union con un mio caro amico scomparso, Hajime Tamiya, l'editor di “Akira”. Se farò un altro libro parlerò sicuramente di Ozu, uno dei registi che amo di più in assoluto, e ricorderò l'incontro con Kitano, cosa ha significato il suo cinema per me. Ho moltissime cose ancora da raccontare del Giappone che non era possibile includere in un solo volume».

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