La Nuova Sardegna

Le ragazze di Mameli Sardegna fuori schema

di Costantino Cossu

Domani l’adattamento teatrale curato da Sante Maurizi

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SASSARI. «Sapevo da tempo che Giacomo Mameli stava lavorando a un libro sulle ragazze sarde emigrate in Continente a fare le theraccas. Anni fa mi disse che aveva pronto l’incipit: “Beata te, che ti hanno preso serva a Roma”. Mi sembrò geniale, oltre che amaramente divertente: sintesi, in una battuta, di tante piccole epopee. Quando poi, qualche mese fa, il libro è stato pubblicato, con Daniela Cossiga e Antonella Masala abbiamo convenuto che la sua struttura polifonica fosse già teatro, e che fosse utile prestare voce e corpo a quelle ragazze. Un’urgenza che abbiamo condiviso con Antonio Marras, il quale ha più volte tratto ispirazione dall’emigrazione, e che abbiamo come compagno di viaggio in questa avventura, della quale lo spettacolo che presentiamo è un primo studio». Così Sante Maurizi spiega perché ha deciso di allestire uno spettacolo teatrale tratto dal nuovo libro di Giacomo Mamlei, “Le ragazze sono partite” (Cuec). L’appuntamento è per domani al Vecchio Mulino di via Frigaglia alle 21.

Non è la prima volte che si parla dell’esodo della ragazze sarde...

«Sì, però malgrado i primi lavori sull’esodo delle donne sarde risalgano a quarant’anni fa (Nereide Rudas pubblicò il suo pioneristico “L’emigrazione sarda” nel 1974, dove dimostrava la forte quota femminile) il fenomeno è relegato all’aneddoto o a memorie personali destinate a scomparire con le protagoniste. Mameli scrive che «il lavoro è sostantivo maschile»: si riferisce all’emigrazione meridionale verso il nord italiano ed europeo in seguito all’industrializzazione del dopoguerra. Ma anche all’emigrazione interna, verso i poli della petrolchimica e delle miniere: «le donne sarde, e le altre sparse nel sud, erano destinate solo ai fornelli e a lavar panni, quasi sempre senza compenso quando se ne restavano nei paesi di nascita». In Sardegna avrebbero continuato a fare ugualmente le serve, ma come «fatica dovuta, scritta nei libri sacri». Partire fu dunque una necessità, ma anche una scelta. L’evoluzione da serve a domestiche e a “signore” è quella della libertà dal bisogno: «Serva ero e serva resto. Ma meglio pagata con soldi in aggiunta», dice una delle ragazze del libro. Il lavoro in città lontane è garanzia di aiuto per la famiglia, ma è anche emancipazione, consapevolezza della propria dignità, con percorsi lontani da qualunque presa di coscienza politica, ma non meno dirompenti».

Che cosa c’è di nuovo nel lavoro di Mameli?

«Nella fiction di autori sardi, malgrado il modello deleddiano di “Cosima”, l’emigrazione non è molto frequentata, ed è tutta al maschile. Con esiti anche molto intensi, penso a pagine di Gavino Ledda o a “Giovannino”, il documentario di Giuseppe Dessì e Massimo Mida sul bambino figlio di emigrati di Tissi che faceva a Roma il posteggiatore abusivo all’inizio degli anni ’60. Mameli ci consegna le testimonianze orali in una forma semi-narrativa e complice che attinge alla migliore tradizione della local history italiana, dalle “Autobiografie della leggera” di Danilo Montaldi ai lavori di Alessandro Portelli. Il valore dell’opera di Mameli sta anche nello stabilire la giusta distanza fra un passato idealizzato e un presente fatto di altre donne, le badanti, che si prendono cura di quelle ragazze ora anziane. Molte di esse sono infatti tornate in Sardegna dopo decenni di lavoro, e si aiutano vicendevolmente con Vera di Kiev o Miranda del Guatemala, giunte nell’isola facendo un percorso inverso a quello della loro giovinezza. La loro storia fa parte del capovolgimento della Storia. Un’istantanea che solo Gianni Caria è riuscito a inquadrare, con finezza e altri mezzi, nella “Badante di Bucarest”».

La Sardegna che trovano al loro ritorno è per fortuna ben diversa da quella che le ragazze hanno lasciato.

«Spesso ce ne dimentichiamo, fra le pur legittime geremiadi che noi sardi innalziamo sul presente. Oggi mi pare soffra di “mal di Sardegna” più chi è rimasto di chi è partito. La nostalgia è un sentimento scivoloso. È un modo per mitigare urgenze affettive, ma è anche la consolatoria musealizzazione del passato diffusasi da noi negli ultimi anni: dalle cortes apertas ai mille carnevali tradizionali messi su fuori stagione, ai bambini travestiti da contadini e pastori che giocano a mungere o trebbiare per la gioia degli adulti armati di smartphone. Gli hawaiani, almeno, fanno indossare le collane di fiori solo ai turisti. È un sentimento di sé e del tempo davvero schizofrenico, un fondale di cartapesta per me molto inquietante. La struttura “intermittente” delle pagine di Mameli colloca invece l’evoluzione di quelle donne e della Sardegna in una cornice non placata, stimolante. La stessa di quella frase che Gramsci scrive in una dolorosa lettera a Tania: "Il tempo è la cosa più importante: esso è un semplice pseudonimo della vita stessa».

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