Omicidio Floris, si scava nel passato
Le piste: il detenuto di Desulo tradito da un basista o vittima di una vendetta nata nell’isola
PADOVA. Chi ha ucciso Antonio Floris conosceva perfettamente l’Oasi dei Padri Mercedari. Talmente bene che sapeva persino muoversi al buio in quella porzione di cortile dove il detenuto di Desulo, 61 anni, è stato colpito a morte. Gli inquirenti seguono diverse piste per cercare di fare luce sul brutale omicidio. Gli ospiti del centro di recupero, detenuti come Floris in regime di semilibertà, insieme ai due religiosi che vivono stabilmente nella struttura di Chiesanuova, sono stati interrogati più volte. Sono loro le ultime persone ad avere visto vivo Antonio Floris, chevenerdì sera intorno alle 20.15 ha lasciato l’Oasi per rientrare in carcere. Ma in cella non è mai arrivato perché l’assassino lo attendeva nel giardino.
Un basista all’Oasi. Ci sono molti particolari che fanno pensare a un “basista” nel centro di recupero dei Padri Mercedari di Chiesanuova. Una persona che ha informato in modo puntuale l’assassino fornendogli tutte le indicazioni sullo stile di vita di Floris, aiutandolo poi a pulire le tracce e a nascondere il cadavere. Sì, perché l’Antonio Floris di oggi, detenuto modello del Due Palazzi e punto di riferimento della piccola comunità religiosa, era un uomo molto abitudinario. Arrivava sempre alla stessa ora e se ne andava sempre alla stessa ora per raggiungere il carcere la sera. Si muoveva in bici e la parcheggiava sempre nello stesso posto, all’interno di un capanno vicino agli orti, tra le cataste di legna e l’albero dei cachi. Quella rimessa per attrezzi era roba sua. E chi l’ha ucciso lo sapeva.
La pista della vendetta. 25 ottobre 1993 - 6 novembre 2015. Il 25 ottobre di 22 anni fa un ex operaio forestale, Giuseppe Casula e la moglie Adriana Lai, sfuggirono miracolosamente all’agguato tesogli dinanzi al cancello d’ingresso della loro azienda agricola. A sparare le fucilate contro l’auto dei due coniugi fu Antonio Floris, all’epoca latitante. Il motivo? Semplice: la coppia lo aveva invitato a lasciare il podere di loro proprietà nel quale il bandito si era nascosto per sfuggire alle forze dell’ordine. Un proiettile raggiunse Casula mentre la moglie rimase miracolosamente illesa. Cinque anni dopo, novembre 1998, alla vigilia dell’apertura del processo, ai coniugi Casula venne spedita una lettera minatoria da Scandicci, centro della Toscana non lontano delle carceri dove all’epoca si trovava rinchiuso Antonio Floris. In questo caso torna la ricorrenza del mese di novembre. Nel corso del processo emerse un altro particolare inquietante: la mattina dell’agguato la cognata dei Casula ricevette un biglietto anonimo dal testo eloquente: «Condoglianze». Il delitto del detenuto che stava cominciando ad assaporare la semilibertà potrebbe essere l’epilogo di una faida nata nell’isola. Gli investigatori della Squadra mobile stanno incrociando date e ricorrenze.
Gli indizi. Antonio Floris è stato ucciso a bastonate. L’assassino l’ha colpito prima alla nuca e poi ha continuato a infierire alla testa con altri tre o quattro colpi. Ha utilizzato un bastone di legno o forse un tubo Innocenti. I L’assassino, con il buio della sera, è riuscito a trascinare il cadavere per una ventina di metri, nascondendolo sotto una catasta di legna in aperta campagna. Poi è tornato sul luogo del delitto. Nella rimessa per attrezzi non c’è corrente elettrica. Nonostante questo è riuscito a trovare la pompa dell’acqua e con questa ha provato a cancellare le tracce di sangue. Il tutto con estrema calma, senza timore di essere scoperto da qualcuno. Ha agito in totale sicurezza, da “padrone” dei luoghi.
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