«Nel mito la ricchezza dei popoli oppressi»
Lo scrittore francese di origini venezuelane in Sardegna per presentare “Il meraviglioso viaggio di Octavio”
di FABIO CANESSA
Che quelle pagine possano racchiudere qualcosa di sorprendente sembra anticiparlo la bella presentazione grafica, con la suggestiva sovraccoperta firmata dall’illustratore Martin Haake. La lettura apre poi le porte, sin dal primo capitolo, a un mondo dal quale è difficile staccarsi sino alla conclusione del romanzo. Quella di Miguel Bonnefoy, giovane autore francese, è una scrittura semplice, avvolgente, evocativa. Intrisa di realismo magico trasporta il lettore in Venezuela. Il paese che racconta con “Il meraviglioso viaggio di Octavio”, accolto con entusiasmo dalla critica in patria e pubblicato in Italia dalla casa editrice 66thand2nd.
Al centro della storia Octavio, un uomo solitario che con gli altri scambia solo parole dettate dalla necessità finché nella sua vita non entra Doña Venezuela, attrice di Maracaibo che lo inizia alla scrittura e alla lettura, e con la quale instaura un rapporto di tenera amicizia. Una relazione destinata però a non durare. Assoldato nella banda di ladri gentiluomini capeggiata dal carismatico Rutilio Alberto Guerra, Octavio è coinvolto in un furto proprio a casa della donna che ama. Qualcosa va storto e costretto a fuggire intraprende un viaggio alla scoperta dell’universo venezuelano in un alternarsi di situazioni oniriche e avventurose. In tour in Italia per la presentazione del romanzo, Miguel Bonnefoy fa tappa anche in Sardegna.
Nella traduzione in italiano del libro al titolo originale francese, “Le voyage d'Octavio”, è stato aggiunto l'aggettivo meraviglioso. Le piace?
«A dire il vero la prima idea di titolo che io avevo presentato era “La terra che si porta sulle spalle”, però mi hanno detto subito che foneticamente non avrebbe funzionato. Allora mi hanno proposto “Il viaggio di Octavio” e mi è piaciuta la semplicità. Nella traduzione italiana è venuta l'idea di aggiungere un aggettivo e tra avventuroso e meraviglioso io ho scelto il secondo».
E cos’ha di meraviglioso questo viaggio?
«C'è l'idea di raccontare con una componente di sogno e di magia qualcosa che esiste veramente in Venezuela».
In un momento importante del suo viaggio Octavio si mette ad accompagnare delle persone da una riva all'altra di un torrente. Che significato ha quell'immagine?
«La figura del trasportatore esiste dalla cultura greca con Caronte fino a quella medievale, dei santi in particolare, con San Cristoforo che porta Gesù sulle spalle per attraversare il fiume. Era importante per me a livello narrativo per dire che Octavio è cambiato simbolicamente passando da una riva all'altra. E con lui a cambiare è il paese. Perché il personaggio principale del libro non è Octavio, ma il Venezuela. Il popolo, il suo coraggio, la natura, i suoi paesaggi. Octavio diventa un espediente per avviare un racconto su questo paese».
Il paese di sua madre. Quanto sente il legame con il Venezuela?
«Sono nato a Parigi, ma a sei anni sono andato in Venezuela sino a dodici, poi sono stato quattro anni in Portogallo, a Lisbona, perché figlio di diplomatici, e dopo ancora in Venezuela prima di tornare in Francia per completare gli studi alla Sorbona. In seguito sono ritornato nuovamente in Venezuela per partecipare alla rivoluzione culturale e ancora in Francia. Mi sento metà francese e metà venezuelano».
Del Venezuela, a un certo punto del libro il personaggio Guerra dice: “Da un punto di vista storico è stato solo un paese di passaggio per gli imperi”.
«Una frase che vuole ricordare che il Venezuela, così come tanti paesi sudamericani, è stato occupato prima dagli spagnoli, poi in modo diverso dagli Stati Uniti. E che quando si è andati in quel paese non lo si è mai fatto per costruire scuole, dighe, strade, per seminare qualcosa. Ma solo per occupare delle terre, per sfruttarle, rubarne le ricchezze e anche l'identità nazionale».
Per ricostruirla, l'identità, serve rivolgersi al mito come si legge in un altro passaggio?
«L'essere figli del mito si ricollega al concetto del paese occupato dall'impero che cancella ogni memoria, ogni tradizione. Bisogna saper riscrivere la propria storia per tornare al proprio mito fondatore di cui un popolo ha bisogno. Perché un paese libero è attaccato ai propri valori, al suo mito, alla propria memoria. Il popolo è come una persona, ha una personalità, uno spessore che va ritrovato quando è stato cancellato».
In questo senso diventa fondamentale la scuola?
«Con la rivoluzione in Venezuela parte del petrolio è stato nazionalizzato e parte del denaro è stato investito in servizi pubblici, in scuole specializzate e in scuole per alfabetizzare il popolo. Tanto e vero che nel 2005 l'Unesco ha dichiarato il paese libero dall’analfabetismo. Anche se in realtà ancora oggi si incontrano persone che non sanno leggere e scrivere».
Octavio diventa più consapevole quando esce dall'analfabetismo. La letteratura può essere il motore del cambiamento?
«La letteratura in Sud America è stata a lungo un privilegio dei ricchi, ma in Venezuela con la rivoluzione le case editrici sono state nazionalizzate e sono loro a pagare i diritti d'autore, così i libri costano meno. Per ragioni economiche, ma anche di cuore. Per far capire che la letteratura non è un privilegio di pochi».
Nel libro parla della letteratura come una pietra.
«Proprio per metaforizzare il concetto della letteratura come cosa semplice e appartenente a tutti».
Da qualcuno è stato accostato a Gabriel García Márquez.
«Non ho alcuna pretesa di assomigliare al grande scrittore colombiano. È più una strategia editoriale, comunicativa per dare al pubblico un riferimento. Lo scrittore messicano Carlos Fuentes diceva: “Spero che quando si leggerà il mio libro piuttosto che pensare a degli autori, si pensi al vento, alle pietre, alla natura, alla gente”. Mi piace pensare questo del mio lavoro piuttosto che incastrarlo dentro riferimenti letterari».
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