La Nuova Sardegna

verso la salvezza

Intrappolati nella metro senza avere indicazioni

di Enrico Carta e di Claudio Zoccheddu
Intrappolati nella metro senza avere indicazioni

ORISTANO. Giù dal metrò. I vagoni si fermano nella zona tra il 10 e l’11 arrondisment nel quartiere Republique. Il viaggio è finito, perché più avanti non si può andare. «Siamo rimasti dentro la...

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ORISTANO. Giù dal metrò. I vagoni si fermano nella zona tra il 10 e l’11 arrondisment nel quartiere Republique. Il viaggio è finito, perché più avanti non si può andare. «Siamo rimasti dentro la stazione», racconta la fotografa oristanese Egle Picozzi, a Parigi assieme alla gallerista Silvia Neri, per una mostra inaugurata proprio nei giorni scorsi. «Sottoterra non capivamo, eppure eravamo a poca distanza dal locale dell’attentato – ricordano –, poi sono arrivate le prime telefonate degli amici e allora... Più tardi abbiamo preso un taxi che ci ha messo una vita a riportarci a casa. Non sapevamo se ci tremavano le gambe per il freddo o per la paura».

E la mattina dopo il sottofondo è ancora quello di una città in stato d’assedio. Quando Linda Aru risponde al telefono l’eco delle sirene arriva fino alla sua Sardegna: «È così da ieri notte, un continuo via vai di ambulanze e auto della polizia». Linda, oristanese trapiantata a Parigi da 22 anni, al momento degli attentati era a casa «Per fortuna». L’appartamento in cui vive assieme alla famiglia è nella zona più in periferia di Port de Bercy. «Le mie amiche – dice – erano allo Stade de France e hanno incrociato un attentatore che le ha salutate. Una di loro usa il velo dell’Islam. Ho molti amici musulmani, sono stati i primi a condannare questo episodio. Si vergognano profondamente». Mentre Linda racconta la sua Parigi, le sirene non danno tregua: «Credo che stiano trasportando i cadaveri dei ragazzi morti al Bataclan». Quando raggiunge la filiale della banca dove lavora, è molto attenta: «Dopo la strage di Charlie Hebdo facciamo caso a tutto ma non potevamo immaginare una cosa così. Adesso ho paura per i miei bimbi, i più grande mi ha chiesto di dormire con la luce accesa».

Quella del giorno dopo è una Parigi diversa. Lo è per Paolo Puliga, architetto di San Vero Milis in viaggio di piacere: «Oggi dobbiamo fare rientro a casa, non dovrebbero esserci problemi. Ieri siamo usciti solo un attimo a fare un po’ di spesa». Poche azioni da inserire nel diario di viaggio che sarà comunque ricco di parole dopo un evento del genere.

È diversa anche per Manuela Usai, oristanese che da otto anni vive nella capitale francese, dove lavora per la casa editrice Hachette: «Venerdì ero a casa perché aspetto un bambino e non sono uscita, ma frequento abitualmente la zona degli attentati e i suoi locali». C’è una differenza rispetto a quanto accaduto dopo l’assalto alla sede di Charlie Ebdo: «A gennaio fu diverso. C’era angoscia, ma anche rabbia perché avevano colpito dei simboli. Le persone erano andate subito per strada per ritrovarsi in una manifestazione spontanea, stavolta no». Stavolta anche la rabbia ha perso, stavolta vince davvero il terrore.

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