L’insegnante cagliaritana: la guerra sotto casa. Gli architetti sassaresi: un clima surreale
Tre sardi che vivono a Parigi raccontano come hanno vissuto le ore dell'attacco terroristico
SASSARI. Spari, urla disperate, sangue, sirene, poliziotti con le pistole in mano che gridano ai passanti di mettersi al riparo. Sotto casa c’era la guerra, ma chi poteva immaginarlo. Per alcuni minuti il frastuono dell'inferno è rimasto oltre le finestre a doppi vetri del suo appartamento di rue Timbaud, undicesimo arrondissement, quello della movida, quello abitato dai bobo, dove comunque c'è un gran casino tutte le notti. Poi all'improvviso Licia Porcedda, un’insegnante cagliaritana che vive a Parigi da quasi vent'anni, riceve l'sms di un amico: «Fucilate nella tua zona, accendi la tivù. Baci». Nemmeno il tempo di trovare il telecomando ed ecco che il suo compagno, mentre chiude le persiane e tira le tende frettolosamente, le dice preoccupato che nel quartiere, anzi in città, sta scoppiando il finimondo, che il rischio di pallottole vaganti è altissimo, vietato avvicinarsi alle finestre. Di più: bisogna subito spostare il bambino dal piano ammezzato e farlo sdraiare in un materasso sistemato sul pavimento. Tutti giù per terra. Per Licia e la sua famiglia la notte del terrore è appena cominciata.
«Abito in una delle strade più frequentate per via dei bar e dei locali notturni - racconta - e la serata di ieri si annunciava rumorosa e vivace come ogni venerdì. Mio figlio mi aveva chiesto se poteva dormire con me nel mio letto e si era già addormentato. Anch'io ero stanca e cercavo di chiudere gli occhi. Ma alle 21.15 è arrivato quel messaggio inquietante sul cellulare».
Intanto dal telegiornale snocciolano numeri da incubo e citano i luoghi degli attentati. «Parlavano della rue de la Fonteyne au Roi, dietro casa – continua –, poi della rue Faidherbe, dove mio figlio fa karate e dove io spesso mi fermo a bere un bicchiere di vino mentre aspetto che abbia finito. Ma parlavano anche del Bataclan e dicevano che c’erano ostaggi». Blackout. Non solo Licia ha frequentato tante volte quella sala concerti a poche centinaia di metri da casa, ma sa che proprio lì, e a quell’ora, ci dovrebbe essere il suo carissimo amico Eric. «Ho cominciato a piangere – continua –, provavo a chiamare continuamente, ma il telefono squillava a vuoto». Solo molte ore più tardi verrà a sapere che Eric non è tra le 82 vittime. Nelle strade non c’è più nessuno e un insopportabile tanfo di fumo invade il palazzo. «Aprendo la porta – spiega – ci siamo trovati di fronte i clienti del Petit Garage, con sigarette e bicchieri in mano, ammutoliti e stipati a decine nelle scale. Gli abbiamo detto che potevano stare nel cortile interno».
Cambiamo quartiere e protagonisti. Sono le 22.45. Andrea Garrucciu e la sua fidanzata Roberta - entrambi ventottenni ed entrambi sassaresi da due anni a Parigi, dove fanno gli architetti - sono appena usciti da una multisala dalle parti della Biblioteca nazionale di Francia. Hanno visto un film d’azione ambientato tra i narcotrafficanti messicani: violenza a gogò. Ma non sanno che a pochi isolati da casa loro, sempre nell’undicesimo arrondissement, è in corso una mattanza con sceneggiatura firmata dall’Isis. «Dentro il cinema i cellulari non ricevono e nemmeno nel metrò – racconta Andrea –, così eravamo all’oscuro di tutto, anche se nell’aria percepivamo qualcosa di anomalo. Per esempio, in ogni vagone c’era un poliziotto armato di mitra e l’atmosfera era visibilmente tesa. Poi la stazione di République era chiusa. Molto strano».
Il triste mistero viene svelato ancora da uno squillo sul telefonino. «Ha risposto la mia ragazza – continua Andrea –, era il nostro capo che ci avvertiva di correre immediatamente a casa e di non uscire per nessun motivo. Guardando la faccia di Roberta ho capito che si trattava di qualcosa di molto grave. Ma non potevo pensare all’apocalisse». Una sparatoria furibonda si è consumata alla Belle équipe, il locale dove la settimana scorsa avevano passato una serata insieme con alcuni amici. «Potevamo tranquillamente essere lì anche venerdì – conclude Andrea –, tremo al solo pensiero».
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