La Nuova Sardegna

Piccole storie e grande Storia, la letteratura torna alla realtà

di GOFFREDO FOFI
Piccole storie e grande Storia, la letteratura torna alla realtà

Il premio Nobel a Svetlana Aleksievic segnala una tendenza in crescita Un’idea attiva della scrittura, una concezione etico-politica dell’inchiesta

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di GOFFREDO FOFI

Il Nobel assegnato quest’anno, per la letteratura, a Svetlana Aleksievic ci rende felici per due motivi: per il riconoscimento a una donna coraggiosa, certamente non amata da Vladimir Putin e da Aleksandr Lukashenko, e per il riconoscimento a un “genere” letterario – che è alta letteratura – ancora non riconosciuto per l’importanza che ha assunto nel mondo contemporaneo, quello dell’inchiesta opera non di grandi sociologi o giornalisti, ma di scrittori che sono allo stesso tempo tutte queste cose.

I giurati svedesi del premio più prestigioso da più di un secolo, ma che ha laureato anche molti mediocri e dimenticato alcuni grandi e grandissimi, da Tolstoj a Kafka, da Proust alla Woolf, da Joyce a Borges, da Achebe a Elsa Morante, hanno dovuto accorgersi, sia pure con ritardo, del fenomeno centrale nelle lettere contemporanee: quello degli scrittori che – di fronte alla difficoltà di dire il nostro tempo nella forma romanzo, anche se alcuni ancora vi riescono, o alla pletora di sciocchi che tentano di farlo con imperdonabile facilità – hanno scelto di battere strade di per sé non nuove, ma le sole che si stanno dimostrando capaci di affrontare il moloch della Storia, le radicali trasformazioni del nostro tempo, l’epoca detta giustamente post-moderno che succede all’evo moderno e nella quale noi tutti annaspiamo senza capire come usarne positivamente o come, in parole povere, far fronte agli orrori che ci regala o ci prepara. Non hanno premiato a suo tempo Ryszard Kapuscinski (anche se lo hanno chiamato a spiegar loro le sue convinzioni e le sue tecniche) ma hanno rimediato premiando Aleksievic, la poco appariscente ma ostinata e coerente esploratrice di un modo di intendere la letteratura massimamente coinvolto nella storia.

Sono tanti gli scrittori che, dagli anni di Steinbeck e di Orwell, di Carlo Levi e di Capote, hanno cercato la nuova strada, la mescolanza di inchiesta e romanzo per dire quello che la letteratura da sola, ma neanche la sociologia o il giornalismo da soli, non possono riuscire a dire, per mettere i lettori di fronte alla complessità della storia e all’infinito dolore delle sue vittime (ovviamente non la complessità come alibi, quella di chi dimentica come il problema sia essenzialmente sempre lo stesso: chi e come deve amministrare il potere in un mondo diviso tra chi ha infinitamente troppo e masse e masse che hanno niente o quasi, e con l'obbligo morale di scegliere da che parte stare).

Svetlana si è imposta con il libro su Cernobyl, ha raccontato la guerra vista dalla parte delle donne, ha raccontato la fine dell'utopia sovietica e i suoi esiti in chi ci aveva creduto e a quell’utopia ha dedicato la sua esistenza. Ha raccontato i modi di reagire alla Storia e ai suoi disastri del “piccolo uomo” e della “piccola donna”, secondo la lezione della grande letteratura russa, quella di Tolstoj e di Cechov , ma anche di Dostoevskij e di Leskov, di Shalamov e di Grossman, e certamente non secondo una tradizione occidentale più qualunquista che populista. Lo ha fatto lavorando su migliaia di interviste, e, come peraltro faceva Kapuscinski, intervenendo col massimo rispetto ma secondo il dovere di comunicare, di dare esemplarità e forza alla testimonianza, a ciò che si è visto e capito, affinché gli altri capiscano e, se possibile, reagiscano. Un’idea attiva della letteratura, una concezione etico-politica dell’inchiesta.

Per qualche anno, negli anni Ottanta dello scorso secolo, Svetlana Aleksievic è vissuta tra Germania e Italia in una specie di esilio, e in Italia a Pontedera negli anni in cui vi aveva trovato rifugio un altro grande artista dell'Europa centro-orientale, Jerzy Grotowski. Ho avuto l'onore di sfiorare il secondo e di incrociarvi Svetlana e accompagnarla, con altri amici (Maria Nadotti, Sandro e Sandra Ferri della casa editrice e/o, il suo grande traduttore Sergio Rapetti...) a Milano, a Napoli, a Roma, di pubblicarla su “Linea d'ombra” e su “Lo straniero”. Che oggi il mondo e una cultura e un giornalismo italiani avari, autoreferenziali e modaioli si accorgano della sua esistenza e dei suoi grandi libri, non può che farci piacere.

© LO STRANIERO, ROMA, NOVEMBRE 2015

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