La grande guerra che divora la Siria
Ecco le forze in campo. Russia e Iran con Assad, gli Usa con i “ribelli”. Ma ora l’obiettivo è cancellare lo stato del terrore Is
ROMA. Martedì scorso è stato l’inferno nelle terre occupate dal Califfo. I 25 aerei Tupolev russi a lungo raggio, appoggiati da una pioggia di 34 missili Cruise lanciati dal sottomarino Rostov-na donu, con 127 missioni hanno colpito 206 volte a Raqqa, sedicente capitale del gruppo terroristico Is, ad Aleppo e a Idib. Ieri, inoltre, si è avuta la conferma che la Russia ha schierato vicino a Homs anche una nuova unità di artiglieria d’elite denominata “120”. In Siria il dado è tratto: ora si sta giocando la partita più grande e delicata dalla fine del secondo conflitto mondiale. La discesa in campo della Russia ha sconvolto il pigro andamento della guerra “poco convinta” condotta dalla Coalizione anti-Is guidata da Usa e Occidente che ha conseguito risultati deludenti (aerei Usa hanno compiuto dall’agosto 2014 50mila missioni aeree senza fiaccare il Califfato). In soli 48 giorni, i caccia bombardieri russi Sukhoi di base a Larnaka, hanno compiuto 2.300 missioni colpendo sia le postazioni Is che quelle dei ribelli anti Assad. Vale a dire le milizie foraggiate dalla Turchia, Qatar e Arabia Saudita nel Nord e, a ovest, gli jihadisti di Al-Nusra filo-qaedista.
Le sorti del conflitto sono così cambiate. La Russia in campo, con l’Iran e le milizie di Hezbollah, ha convinto Obama a una decisa virata. Il massacro parigino ne ha ulteriormente rafforzato la convinzione dell’errore di una guerra mirante a “contenere” l’Is piuttosto che a “distruggerlo”.
La nuova carta geografica. Dopo le violenze scoppiate nel 2011, sulla scia delle primavere arabe, la Siria è diventato il teatro di uno scenario apocalittico di guerra ed efferatezze, con l’obiettivo di deporre il presidente Assad per sostituirlo con un uomo più legato all’Occidente e non ostile a Turchia e Arabia Saudita. Da quando l’Is ha risalito l’Eufrate dal confinante Iraq - la cui sovranità è minata dalla metastasi di formazioni armate di varia osservanza - anche Damasco ha perso il controllo di parte del Paese. Se osserviamo una carta geografica della regione potremmo colorare una vasta macchia, dai contorni ancora indefiniti e fluttuanti, a cavallo del grande fiume, che ha costituito un territorio definito Syraq controllato dall’Is (costituito nel 2014). Uno stato che non c’è eppure esiste e sopravvive con il contrabbando del greggio e dei reperti archeologici e artistici e taglieggiando le popolazioni. Nell’ultimo anno, indebolito Assad, l’Is è cresciuto fagocitando territori, conservando le roccaforti di Raqqa e Mosul, scendendo verso Palmira e insidiando Damasco e Aleppo. Tuttavia a Nord la sua espansione è stata bloccata dalle milizie curde con la grande offensiva vittoriosa di settembre. Questo un quadro delle forze schierate in Siria dove le vittime sono 250 mila e 4 milioni i profughi.
Forze fedeli al governo. Il sostegno russo e iraniano ha certamente salvato e rafforzato la posizione del presidente Bashar al Assad, figlio dello storico presidente Hafez al Assad, espressione di un clan di religione alawita e di un nazionalismo pan arabo baatista socialista. Con il presidente, combattono le Forze Armate Siriane (120-150mila uomini) appoggiate dalla Forza Nazionale di difesa (formata da minoranze religiose alawite, cristiane e druse) e dalla milizia alawita Shabiha.
Il governo controlla tutta la fascia da Damasco alla costa e l’antichissima città di Homs. Dal 2012 combattono per Assad anche i miliziani sciiti libanesi Hezbollah (con 5.000 uomini), un gruppo sciita yemenita e 4 gruppi iracheni. Jaysh al-Muwahhideen è invece il nome di una formazione drusa. Recentemente sono entrati in campo gli iraniani (con la unità speciale Forza Qud) e i russi che hanno schierato 2.000 uomini - non impegnati sul campo - un centinaio di aerei Sukhoi e batterie anti-missile SA-22. I russi appoggiano l’offensiva siro-iraniana di terra che punta alla riconquista della città di Idlib e la liberazione dall’assedio di Aleppo. Dove opera Resistenza Siriana, di orientamento marxista-leninista con duemila uomini. Pochi giorni fa la rottura dell’assedio della base aerea di Kweiris
I ribelli. L’esercito Siriano Libero - sostenuto direttamente da Washington che lo definisce “moderato” -, ha perso molta della sua influenza ed è composto da ex componenti dell’esercito di osservanza sunnita. È espressione della Coalizione Nazionale Siriana con sede a Doha (Qatar). Da poco più di un mese è sorta anche una milizia di alcune migliaia di uomini, l’Esercito Siriano Democratico (Jasad) che opera col sostegno americano, al confine tra Turchia e Siria con il compito di liberare Raqqa dalla mortale stretta dell’Is.
L’Is. È sorto dall’evoluzione dell’ala irachena di Al Qaeda, foraggiato da uomini legati ai governi delle monarchie del Golfo Persico, utilizzato e sostenuta dai servizi di intelligenze occidentali in funzione anti Assad e dalla Turchia contro i curdi. Daesh, sedicente stato islamico, si è attestato dopo una fase di crescita, nel triangolo tra Raqqa, Dayr az Zor e Palmira dopo aver risalito l’Eufrate. Conta su alcune decine di migliaia di uomini ben armati, molti dei quali combattenti stranieri.
Gli islamisti radicali. Il Fronte Al Nusra, emanazione siriana di Al Qaeda è sostenuta in modo diretto da sauditi e qatarioti. Propugnano la creazione di un emirato islamico in Siria governato dalla sharia. Sono attestati al confine tra Giordania e Israele, e in piccole enclave tra Homs e Hama. Sono inquadrati nell’orientamento jihadista-salafita e contano circa 20 mila combattenti.
I combattenti curdi. Tra questi, la famosa Unità di protezione Popolare (YPG) difende il territorio tra Siria e Turchia dai ribelli, dall’Is e dall’esercito di Damasco. È il braccio armato del Partito dell’Unione Democratica (emanazione del Pkk in Siria) e ha come referente il Comitato Supremo Curdo. Al suo interno operano molte militanti donne anche in posizioni di comando.
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