La Nuova Sardegna

«La guerra in casa» L’alba da incubo tra droni e cecchini

Migliaia di residenti bloccati nelle abitazioni per oltre 7 ore «Ma ora torniamo alla vita normale: è questo che odiano»

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DENIS. «Sono le undici e mezza quanto la polizia annuncia la fine del blitz nel covo dei terroristi a Saint-Denis, una delle città più povere e multietniche di Francia, nella banlieue nord di Parigi. Confinati da quasi otto ore i quindicimila abitanti del centro storico - tra cui una folla di arabi musulmani e musulmane velate, ma anche ebrei con la kippah, cristiani e protestanti - cominciano a scendere in strada. Facce stravolte, distrutte dall’angoscia di chi si è brutalmente svegliato con la guerra in casa e la morte davanti al portone. In tuta, in pigiama, anche in mutande, non importa: l’importante è scacciare l’incubo. «Erano le 4.20 quando siamo stati svegliati dall’Apocalisse. Una pioggia di fuoco, bombe, fumo, raffiche di kalashnikov, botti. Mi sono affacciato alla finestra e c’era la guerra, spari dappertutto», racconta Idris, un ragazzone sulla trentina, che ha lasciato in casa moglie e figli per andare a recuperare un pezzo di pane. Ma i negozi sono chiusi, non lo troverà. Senza documenti, i militari non lo lasciano nemmeno più rientrare a casa.

Per tutta la mattina, nelle strade adiacenti al fulcro delle operazioni in Rue de la République, regna un’atmosfera spettrale. Il silenzio spezzato solo dal suono delle sirene. Tutto intorno si sono assiepati i reporter di tutto il mondo - qualcuno con il giubbotto anti-proiettile - tenuti a debita distanza. Davanti al centro di sostegno psicologico allestito d’urgenza dietro alla Basilica di Saint-Denis, a poche centinaia di metri, c’è Hayat, una ragazza velata di 38 anni. Per mano tiene la figlia Iman di otto, ancora sotto choc. «Ho paura, ho bisogno di parlare, ho bisogno di parlarvi. Ho fatto il massimo perché mia figlia non si svegliasse ma non c’è stato niente da fare. “Mamma, è mercoledì dobbiamo andare a scuola”. Prima le ho detto che era vacanza ma poi ha visto le immagini in tv, mentirle non era possibile. L’ho fatto con tutto il mio amore di madre: “I cattivi non sono più qui. Ora siamo in sicurezza”».

Lassana ha visto tutto. L’appartamento di questo trentunenne col sogno di aprire una pasticceria si affaccia sul covo assaltato dalle teste di cuoio della Rue du Corbillon. «Tremava tutto, i vetri, le mura, il letto. Mia moglie è scoppiata in lacrime come anche nostra figlia Anissa, quattro anni. Cercavo di tranquillizzarle ma la guerra non finiva mai». Lassana ha visto i cecchini appostati sui tetti dei palazzi. Ricorda perfettamente le grida, i boati, fortissimi, racconta di un drone davanti alle finestre dei terroristi asserragliati al terzo piano: «Alle prime esplosioni, potentissime, con intervalli regolari di cinque secondi, sono seguite raffiche impressionanti, fino alle cinque e mezza».

Ma Saint-Denis, nonostante povertà, disagi, disoccupazione e criminalità, e ora anche la guerra con i terroristi sotto casa, non vuole arrendersi. Molti vogliono continuare a credere nel sogno di una società multietnica e aperta. Con i suoi 110 mila abitanti e le sue decine di nazionalità rappresentate, «è questa la Francia del XXI secolo, meticcia, multiculturale, tollerante: siamo il laboratorio del futuro». Così la descrive Robert, proprietario di una galleria d’arte che ha deciso di alzare la saracinesca: «Dobbiamo continuare a vivere. Perché è questo che loro odiano di più». Stretta tra i raccordi autostradali del Periphérique che la separa da Parigi, la Saint-Denis medievale è cresciuta attorno alla sua Basilique, uno dei simboli della Francia e tomba dei suoi re, che condivide la piazza centrale con il Municipio, da sempre a guida “rossa”. All’ombra dello Stade de France, teatro di tre attacchi kamikaze del 13 novembre e campo da gioco degli imminenti Europei, il centro pedonale è circondato da palazzine fatiscenti di 3-5 piani e da immobili via via più degradati. Non è, insomma, il paesaggio dei grattacieli senz’anima delle vicine Bobigny e La Courneuve, quelle cité del famigerato “93” (il dipartimento di Seine-Saint-Denis) reso noto da film come “L’Odio”. Anche qui, però, l’integrazione resta una battaglia quotidiana.

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