La Nuova Sardegna

LA FRATTURA SUI VALORI UNIVERSALI

di RENZO GUOLO

di RENZO GUOLO Dopo il discorso di Hollande alla nazione, la Francia si interroga sul significato di quel drammatico «Siamo in guerra». Usciti apparentemente dalla fase acuta della battaglia- la...

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di RENZO GUOLO

Dopo il discorso di Hollande alla nazione, la Francia si interroga sul significato di quel drammatico «Siamo in guerra». Usciti apparentemente dalla fase acuta della battaglia- la morte di Abdelhamid Abaaoud e di altri membri del gruppo nella tempesta di fuoco di Saint Denis , oltre che la cattura degli altri componenti, dovrebbe avere messo fuori gioco commando-, il paese si interroga sul significato di quell’affermazione. E non si tratta certo di una disputa semantica. In genere la parola “guerra” non è usata quando il nemico non è uno stato, non ha esercito né diplomazia, e non ha relazioni con altri attori della comunità internazionale. Lo “Stato islamico”, nato dalla decomposizione di Iraq e Siria, manca di questi requisiti. Meglio parlare, allora, di guerra asimmetrica.

Ma anche questa definizione, che fotografa il divario di potenza, a favore di uno stato in senso classico, nei confronti di un attore non statale, non rende conto del nuovo tipo di conflitto che caratterizza l’attuale fase dell’era globale. Un conflitto che mescola kalashikov e cinture esplosive a risorse politiche e religiose declinate in chiave ideologica; che fa leva su un repertorio simbolico nel quale concetti come oppressione, umiliazione , ingiustizia, diventano parole d’ordine con cui migliaia di giovani francesi, immigrati di seconda o terza generazione o autoctoni convertiti che siano, imboccano la via della jihad. Un risentimento, che si fa largo nella mente dei giovani francesi che imputano al loro paese non solo l’essere diventato più “atlantico” in politica estera, facendosi coinvolgere dall’Afghanistan alla Siria all’Iraq, a fianco degli Stati Uniti e Gran Bretagna, ma anche di non aver mai abbandonato propensioni neocoloniali. Come dimostrerebbero sia il diretto intervento di Parigi in Mali e quello , sotto altre forme ma non per questo meno significativo, contro Boko Haram, uscito dal teatro nigeriano, in Camerun e Ciad, un tempo paesi della cosiddetta Africa Equatoriale Francese.

Un passato coloniale che non solo i giovani che si radicalizzano ma anche, più in generale, gli immigrati delle ultime generazioni, ritengono ancora determinante nel strutturare i rapporti sociali tra francesi. Tra quelli che, con un termine politicamente controverso nell’Esagono vengono definiti i “francesi di stirpe”, gli autoctoni, e quelli che con un termine altrettanto discusso sono chiamati i “ francesi di carta”, gli immigrati divenuti cittadini. Etnicizzazione dei rapporti sociali, che nel linguaggio più brutale degli insofferenti di ambedue i lati, rende senso comune termini come gli “ gli arabi” o gli “africani” per descrivere i cittadini che provengono dal Maghreb o dal Sahel, che a loro volta chiamano “bianchi” gli autoctoni o, sottolineando la loro subalternità, “piccoli bianchi” anche gli immigrati che non mettono in discussione quegli stessi rapporti sociali. Un linguaggio che rivela come la Francia sia percorsa da un conflitto su un doppio fronte. . Mediante il suo modello orgogliosamente assimilazionista la Francia continua a riproporre valori che parte dei suoi nuovi cittadini rifiuta o non sente propri.

Tanto più se si percepiscono ancora come i figli dei colonizzati. Per quest’ultimi gli ideali repubblicani, i valori della Rivoluzione, ancora al centro della narrazione nazionale, sono comunque coesistiti, con il domino coloniale. Un passato glorioso, alle radici della memoria della nazione, per gli autoctoni; un passato da rigettare, per chi non lo è. La mancanza di una memoria comune, che l’appello ai valori repubblicani non riesce a generare, nonostante la generosità nel concedere cittadinanza, è uno dei problemi all’origine della separazione tra le “due Francie”. Una divaricazione su cui gli jihadisti, che nella loro ideologia totalizzante si propongono di fare tabula rasa anche della “nazione della Croce”, innestano la loro campagna di reclutamento. Se la République non riuscirà a vincere sul fronte interno, riformulando il patto che dovrebbe legare i suoi vecchi e nuovi cittadini, nessun successo in terra di Siria potrà bastare.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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