«Not in my name» Comunità islamiche contro l’odio jihadista
In piazza per condannare gli attentati: «Serve dialogo» La gente urla: «No all’Is». Sotto scorta deputato Chaouki
ROMA. «Not in my name», «Non in mio nome». Tantomeno nel nome di Dio. Non solo i musulmani, ma migliaia di cittadini italiani scendono in piazza contro il terrorismo jihadista da Roma a Milano, dopo le manifestazioni di Lucca, Parma, Palermo, Catania. In piazza dei Santissimi Apostoli nella Capitale, con delegazioni da tutta Italia, una donna con l’hijab si sbraccia e urla a squarciagola: «No Is, no Is, noi non siamo Is, siamo italiani e vogliamo restare in Italia!». In molti rilanciano il coro: «No Is, no Is, no Is!». Sul palco anche politici e sindacalisti italiani (Casini, Cicchitto, Camusso). Il deputato italo-marocchino Khalid Chaouki, tra i promotori della manifestazione e dai ieri sotto scorta, dice: «Non abbiamo paura di nessuno». Ma i protagonisti restano i musulmani d’Italia e il loro «Not in my name».
Un rifiuto del terrore che è scontato, persino pleonastico, a cui le comunità islamiche, però, sono state chiamate da un dibattito pubblico esasperato. «Il messaggio è netto e chiaro ed è destinato a quanti seminano il terrore in nome dei musulmani, in nome di Dio», scandisce Abdellah Redouane, segretario generale del Centro islamico d’Italia, con sede alla Moschea di Roma. «Non possiamo sentirci rappresentati né identificarci con chi tradisce gli insegnamenti di pace di amore dell’Islam». Poi l’imam arriva fino alle cause, alle radici dei fatti di Parigi e lancia il suo appello all’integrazione. «Dobbiamo partecipare attivamente alla vita delle nostre città e sanare le ferite delle periferie: no alla ghettizzazione, no all’autoghettizzazione».
Un messaggio simile arriva anche da piazza San Babila a Milano, che riunisce migliaia di manifestanti. Davide Piccardo, responsabile del Coordinamento delle associazioni islamiche del capoluogo lombardo, spiega: «No al terrorismo, sì alle moschee: con il riconoscimento delle moschee ci sarebbe maggiore sicurezza per tutti. L’islamofobia crea tensione e invece avremmo bisogno di convivenza e dialogo».
Convivenza e dialogo: parole di cui Fatima - ragazza marocchina residente in Veneto, che però studia a Roma e nella Capitale regge lo striscione «Il terrorismo è nemico dell’Islam» - è maestra. «In nome dell’Islam bisogna costruire, dare vita, conoscersi. Queste, tra l’altro, non sono parole mie». Fatima ci mostra un cartello scritto a penna «con un motto del Profeta» Maometto sulla misericordia, che campeggia sotto la scritta «Not in my name". E il verso del Corano colpisce: «O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda». «Non affinché vi annientaste a vicenda», aggiunge la ragazza.
Il sedicente Stato islamico viene definito «cancro del corpo islamico»; i terroristi sono «bestie», «vili», «sporchi», «maledetti" e la vicinanza alle vittime degli attentati di Parigi è tangibile, così come a quelle di tutto il mondo: da Beirut a Bamako, da Islamabad, ad Abuja a Damasco. Ma l’Is ha infangato il nome dell’Islam in tutto il mondo? Uno dei presenti risponde: «Non credo che una manciata di fanatici possa colonizzarci. Loro sono 130mila, l’Islam è 1 miliardo e mezzo. Non hanno nulla a che vedere con la nostra religione».
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