La Nuova Sardegna

Ritrovato l’Inferno di Dante tradotto in sassarese da Salvator Ruju

di Grazia Brundu
Ritrovato l’Inferno di Dante tradotto in sassarese da Salvator Ruju

Dagli archivi un’inedita traduzione firmata dal celebre poeta "Agniru Canu"

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SASSARI. «A la middai di chistha nosthra vida/m’acciappeddi in d’un boschu assai buggiosu/chi lu caminu bonu era già pessu». La selva oscura c’è, le terzine pure, e il tempo coincide con la metà della vita: è proprio l’incipit più famoso della letteratura occidentale, quello dell’ “Inferno” di Dante Alighieri. Solo che, in questo caso, non è scritto nel volgare fiorentino usato dal Sommo Vate, ma in un sassarese nobilitato a lingua d’arte dalla penna di Salvator Ruju. Nel 1960, infatti, l’autore di “Poesie Sassaresi” e “Sassaresi vecia e noba” ricevette da Filippo Fichera l’incarico di tradurre il primo canto del capolavoro dantesco per la sua rivista dialettale, il “Convivio letterario”. Poi di quel lavoro, pubblicato solo in minima parte, fino ad oggi si sono perse completamente le tracce. Solo recentemente la traduzione è stata ritrovata tra le carte del “Fondo Salvator Ruju”, donato due anni fa alla Biblioteca Universitaria di Sassari dagli eredi di Agniru Canu, come si faceva chiamare il grande poeta sassarese, morto nel 1966.

A fare la scoperta sono stati i ricercatori Sergio Monagheddu e Marcello Sechi, mentre mettevano ordine nelle sette scatole del fondo, contenenti più di 2000 unità lasciate in eredità da Salvator Ruiu. Un lavoro lungo e paziente che è sfociato nella scoperta del testo in sassarese. In seguito al lavoro di catalogazione, finanziato dal Banco di Sardegna e non ancora concluso, è stato possibile presentare al pubblico il primo canto dell’ «Inferru» sassarese durante un convegno che si è tenuto venerdì nella Biblioteca universitaria di Sassari, al quale hanno preso parte, insieme ai ricercatori, la direttrice dell’istituto Maria Rosa Viviana Tarasconi, Mario Tola dell’Associazione “Dante Alighieri”, il giornalista Cosimo Filigheddu, il poeta Mario Marras e lo scrittore Salvatore Tola.

«La traduzione del canto è stato certamente un lavoro impegnativo – ha spiegato Tola – Salvator Ruju ha comunque rispettato la metrica degli endecasillabi danteschi, mantenendo anche lo stesso ritmo, seppure eliminando le rime. Un’altra particolarità è l’uso del passato remoto, un tempo verbale che nel sassarese, diversamente dal fiorentino, è poco utilizzato». Una scelta che Ruju è riuscito a gestire con ottimi risultati.

Agniru Canu non fu l’unico poeta sardo a tradurre Dante. Altri colleghi si cimentarono col Fiorentino, di cui quest’anno ricorrono i seicentocinquant’anni dalla nascita; tra gli altri, Salvatore Pinna e Silvio Foddai. E proprio quest’ultimo fu il principale “rivale” di Ruju: il direttore del “Convivio letterario”, infatti, non mantenne la promessa di pubblicare la traduzione di “Agnireddu” proprio per favorire Foddai. Adesso Ruju si prende una piccola rivincita postuma, e se è vero che il suo “Inferru” non sarà nei negozi insieme agli altri libri consigliati per Natale, è comunque molto probabile che nel 2016 lo si possa leggere in una comoda edizione cartacea, magari a tiratura limitata ma sicuramente gradita dagli appassionati di poesia dialettale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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