La Nuova Sardegna

Gaia, libera dopo le botte e le umiliazioni

Serena Lullia
Gaia, libera dopo le botte e le umiliazioni

Dalla Gallura la storia una giovane madre vittima per quattro anni del marito: poi la decisione di denunciarlo

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OLBIA. Ha trasformato il dolore in forza. Ha anestetizzato la rabbia, il rancore, la vendetta. L'amore per le sue figlie l'ha guidata nel buio. Gaia è morta e risorta. Per quattro anni ha subito la violenza, fisica e psicologica del suo compagno. Nel silenzio di chi deve essere lo scudo delle sue bimbe. Ha resistito fino alle ultime botte. Poi la decisione, la telefonata ai carabinieri e al Centro antiviolenza di Prospettiva donna. Trenta giorni di cure dopo l'ultima aggressione. Scaraventata contro il muro dall'uomo che amava, presa a pugni dal padre delle sue figlie mentre le bambine giocavano nella stanza a fianco. Gaia oggi vive la sua seconda vita. Ha 44 anni, una bellezza che toglie il fiato. È una mamma amorevole, una donna indipendente, forte. Si definisce felice. È una sopravvissuta. Non è un'altra scarpetta rossa da aggiungere alla lista di donne uccise dagli uomini che amavano.

Storia simbolo. Gaia, nome di fantasia, non ha nulla dello stereotipo della donna che subisce violenza. Non vive ai margini della società, non è cresciuta in una famiglia problematica. È diplomata, parla cinque lingue, ha girato il mondo. Ha un lavoro che la porta a stare tra la gente, è indipendente. A 37 anni conosce l'uomo che sposa un anno dopo. Il giorno del matrimonio scopre il primo tradimento. Gaia lo perdona. Ama il marito, il padre della bambina che porta in grembo. «Mi promise che non sarebbe più successo. Fu convincente. Sembrava pentito. Io lo amavo. Volevo che il nostro rapporto funzionasse».

Inizia l’incubo. Nasce la bambina. Nei primi mesi Gaia si dedica completamente alla piccola. Lui è insofferente, si sente messo da parte. Comincia la violenza psicologica. Una spirale che in breve tempo la rende schiava, sottomessa. La allontana dagli amici, dalla famiglia. Perde la stima in se stessa. «Mi ripeteva che ero una pessima madre, che non ero in grado di crescere mia figlia – racconta –. Mi faceva sentire inadatta, in ogni cosa che facevo. Ma alternava momenti di violenza a momenti di gentilezza. Ogni volta lo perdonavo, ero convinta che il problema fossi io». Gaia resta incinta la seconda volta. Ormai è schiava del marito. Non esce più di casa. Non lavora più. Il suo uomo usa l'impegno delle bambine per tenere lontano gli amici. Lui ha una seconda vita. Altre donne. La notte esce e ritorna a casa il mattino, spesso ubriaco. La costringe ad avere rapporti sessuali. Lei subisce. In silenzio, mese dopo mese. Non ha nessuno con cui confidarsi, è certa che nessuno le crederebbe. Il marito ha il pieno controllo della sua vita. «Mi minacciava, mi diceva che mi avrebbe portato via le bambine – dice Gaia –. Io potevo sopportare la violenza, ma mai l’avrei tollerata sulle mie figlie».

La richiesta d’aiuto. Poi l’incontro con il Centro di ascolto. «Ero spaesata – ricorda Gaia –. Ero sola, non sapevo bene cosa fosse il Centro. Ho parlato con le operatrici, mi sono aperta. Mi sono sentita accolta, capita, non giudicata». Gaia comincia il difficile percorso verso la libertà. Il Centro le dà le informazioni, gli strumenti per uscire dal tunnel. «E quelle parole mi sono tornate in mente la mattina in cui lui mi ha scaraventato contro il muro, prendendomi a pugni. Ho chiamato i carabinieri e Prospettiva donna». Il marito viene arrestato. Gaia va in hotel con le figlie. Torna a casa dopo 5 giorni. Rompe i rapporti con la famiglia che non crede al suo racconto. Così come molti amici. Comincia il percorso di rinascita. Il giudice stabilisce l’ ordine di allontanamento per il marito. «Se non avessi incontrato il Centro sarei un’altra scarpetta rossa. Ora sono felice. Non provo né rabbia né rancore verso il mio ex marito. Mi sono ripresa la mia vita. Sono di nuovo libera».

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