“Chirú”, l’ambiguo mistero che lega allievo e maestra
Michela Murgia domani presenta il suo nuovo romanzo a Sassari e ad Alghero Il rapporto tra un violinista diciottenne e un’attrice di vent’anni più grande di lui
di Alessandro Marongiu
Odora d’altri tempi, “Chirú” di Michela Murgia (Einaudi, 200 pagine, 18,50 euro). Odora, per dir meglio, di letterature e personaggi d’altri tempi: e, di conseguenza, di società, caratteri, dinamiche relazionali (ovvero degli elementi che a quelle letterature e a quei personaggi hanno dato forma) come oggi non se ne trovano più. Eppure, nonostante le stimmate della contemporaneità siano nascoste il più possibile, è ambientato ai nostri giorni: e questo è solo uno, ma non il maggiore, degli sfasamenti che lo contraddistinguono. La scrittura sostenuta, poi, aiuta a reggere l’insistenza con cui l’autrice indaga a fondo certe pieghe dell’animo umano, come appunto si usava in tante opere del passato: in diversi passaggi la Murgia conduce il lettore come un sarto farebbe con un cliente al quale volesse mostrare la qualità dell’abito: non già quella esteriore, quanto piuttosto quella interna, quella cioè che, cucitura dopo cucitura, testimonia realmente della bontà del suo lavoro.
Il Chirú del titolo è un violinista diciottenne che scorge nella personalità di un’attrice, di vent’anni più grande di lui e conosciuta per caso, qualcosa di diverso rispetto a ciò che offre la gran parte degli adulti in cui si è imbattuto fino al momento dell’incontro con lei. Decide così di avvicinarla e di diventarne una sorta di allievo nell’avviamento alla vita: la preferenza accordatale segue vie misteriose ma tutt’altro che fortuite, dato che Eleonora, questo il suo nome, in precedenza ha già preso sotto la sua ala tre giovani, per provare a esserne guida attraverso fasi che chiama di «addestramento» e «affiancamento». L’ultimo di essi, Nin, si è però suicidato anni addietro: Eleonora non ha ancora compreso in che misura la sua vicinanza abbia contribuito a quel gesto senza ritorno, e di qui nascono le iniziali resistenze ad accogliere Chirú, resistenze comunque presto vinte grazie alla convinzione di avere molto da trasmettere al ragazzo.
Dire di più della trama, a questo punto, significherebbe dire tutto. “Chirú” è un libro interessante. Molto. Ma forse lo è più per il critico, per il lettore di professione, che ha modo di interrogarsi a lungo sulle scelte della Murgia, che per il lettore comune. L’impressione, non infrequente, è di avere tra le mani lo svolgimento di un compito a tema, più che il frutto della volontà o della necessità di una riflessione sulla natura dell’amore mascherata da disanima della relazione, simile, che si instaura tra chi istruisce e chi apprende. La storia e le figure del precettore e del discepolo provengono da altre epoche: difficile, oggi, immaginare un diciottenne libero di girare a proprio piacimento ben al di fuori della sua regione al seguito di una donna di quasi quarant’anni, che fino a poche settimane prima gli era per giunta del tutto estranea. A questo proposito, l’episodio del faccia a faccia tra Eleonora e i genitori di Chirú, durante il quale l’attrice chiede loro espressamente di poter intervenire sull’educazione del figlio, appare più strumentale a evitare una enorme falla nella verosimiglianza del racconto, che funzionale al racconto stesso.
Restano, di questo che è anche un romanzo di formazione, sebbene poco ortodosso, delle pagine di sicura eleganza e la capacità di scavo della Murgia, almeno quando questa non si spinge ai margini della verbosità; resta, anche, il piacere di imbattersi in un romanzo che non ha fretta di arrivare, di far accadere a tutti i costi e subito, e in cui allo studio di carattere sono concessi i tempi lunghi di cui ha bisogno.
Il personaggio principale, Eleonora, per la sua complessità, del resto lo richiede. È un tipo particolarmente detestabile, come sa esserlo solo chi ritiene di poter insegnare a vivere a qualcun altro, specie se agli effetti non ha poi i requisiti per permetterselo; nonostante le pretese, dalla sua difficile infanzia ha forse saputo meno cose sul mondo di quanto creda: le sfumature ad esempio sembrano non rientrare, se non superficialmente, nel suo bagaglio («Parlare di affetto a quelle due persone, una che misurava a le cose a cabotaggio e l’altra a controindicazioni, si sarebbe rivelato del tutto svantaggioso», pensa del padre e della madre di Chirú che vede appena per pochi minuti), così come pare non appartenerle la considerazione che semiologia e prossemica non sono scienze esatte, ma discipline. Alla fine, che della vita non si può decifrare ogni aspetto come si farebbe con i simboli di un cartello stradale, Eleonora lo imparerà sulla propria pelle.
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