La scena come scuola di eguaglianza e di libertà
A Nuoro e a Cagliari “Amore e anarchia”, il nuovo spettacolo della compagnia Teatro delle Albe
CAGLIARI. Non riescono ad andar via del tutto, ad abbandonare un mondo cui hanno dedicato per tutta la vita la passione di cambiamento rivoluzionario. Nel rifugio simbolicamente situato in una scuola stanno da cent’anni ad ascoltare fruscìi e grida di uccelli notturni, voci di bambini e di maestre.
E il rombare di un mondo che è cambiato, ma non sanno come, fedeli alla loro idea che coniuga “Amore ed anarchia”, titolo dello spettacolo che rende protagonisti Maria Luisa Minguzzi e Francesco Pezzi, la coppia di Ravenna nata nella metà dell’800 cui danno vita con grande credibilità e affetto Luigi Dadina, anche alla regia, e Michela Marangoni, nella produzione del Teatro delle Albe in scena giorni fa a Bocheteatro di Nuoro e alla Vetreria.
Lei vitale, comincia subito e incita a parlare, con gli accenti dolci della bassa padana, lui per un quarto d’ora mugugna, ammicca, tende l’orecchio ai rumori, e poi si lascia trascinare. In questa dimensione di presenza sospesa, intorno ad una scrivania illuminata dalle candele, prende vita un dialogo denso di ricordi fin dalla prima fuga delle tante e dei viaggi che li spingono a Firenze, Lugano, Napoli, Buenos Aires, Londra. Come se ripetessero le stesse storie perché diventino più chiare e perché ancora non hanno risposte. Trattati come delinquenti, arrestati più volte, mandati al confino, insieme agli amici anarchici Andrea Costa, Anna Kuliscioff, “la dottora del popolo” con cui Maria Luisa passò un anno in prigione, ed Enrico Malatesta, che entrò anche nella loro relazione per qualche anno. Lei ricorda il suo Manifesto a tutte le operaie d’Italia, condivide le speranze di una società futura: vivi lavora ed ama. Lui pensa ai suoi scritti per i giornali rivoluzionari, ai congressi dell’internazionale. Moriranno a Firenze, lei nel 1911, dopo il confino a Orbetello, lui suicida nel 1917, in un bosco alle Cascine.
Ma qui sono ancora insieme. “Io e te”, si dicono con tenerezza. E da questa “camera nera, senza luce senza buio, senza notte e senza giorno”, che è il teatro, hanno ancora voglia di parlare e confidano che il mondo abbia voglia di ascoltarli. Lascia il suo cucito e sale su una sedia per un discorso alle maestre, quelle che sente parlare dietro i muri con le loro voci “metà da prete e metà da mamma”.
Per dire che educare è stare a vedere, ad ascoltare, è sperimentare. Che l’infanzia è un’esperienza rivoluzionaria della felicità, che si deve liberare il bambino dalla gabbia dei bisogni in cui è rinchiuso, in una scuola laboratorio di libertà e uguaglianza, senza classificazioni e programmi.
E con un insegnamento, citando Tolstoj, “razionale, misto e libertario”. Cosa si è raggiunto oggi di questi principi?, si chiede la coppia, che nel finale, fiduciosa in una speranza mai morta, si dispone ancora ad aspettare.
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