La Nuova Sardegna

“Il marchese del Grillo” Dal cinema al teatro con Enrico Montesano

di Barbara Cangiano

ROMA. «Ah... me dispiace. Ma io so’ io... e voi nun siete un cazzo!». Trentaquattro anni dopo, a pronunciare la frase di un sonetto di Belli, diventata un cult grazie a due grandi miti del cinema...

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ROMA. «Ah... me dispiace. Ma io so’ io... e voi nun siete un cazzo!». Trentaquattro anni dopo, a pronunciare la frase di un sonetto di Belli, diventata un cult grazie a due grandi miti del cinema , sarà l’eterno Conte Tacchia, “Er” pomata di “Febbre da cavallo”, ma anche il Rugantino di Garinei e Giovannini. Enrico Montesano è infatti il protagonista della commedia musicale “Il marchese del Grillo”, tratta dal film di Monicelli, per la prima volta in teatro. L’appuntamento è al Sistina di Roma (dal 9 dicembre al 17 gennaio). Il nobile irriverente, maestro nell’arte delle beffe non sarà però, in tutto e per tutto, il cinico oligarca che grazie alla straordinaria interpretazione di Alberto Sordi è diventato un’icona. «Non ho quella piccola e simpatica cattiveria con cui Sordi sapeva caratterizzare i suoi personaggi – scherza Montesano – Il mio Onofrio del Grillo è un giusto misto tra bonomia e sarcasmo».

Montesano, la spaventa il confronto con Sordi?

«No, perché è passato talmente tanto tempo da quando il grande Albert One, come lo chiamavo io, ha vestito quei panni, che è impossibile pensare di dover fare dei paragoni. Poi, se si avesse paura dei confronti, allora nessuno dovrebbe recitare più Shakespeare dopo Laurence Olivier o Gianni Santuccio. In ogni caso il mio Onofrio sarà diverso: prenderà coscienza di quello che ha fatto».

Il rapporto conflittualmente eterno tra potere e giustizia…

«Pensiamo a quando il marchese parla con il Pontefice, dicendogli con franchezza che è riuscito a far condannare l’ebanista ebreo Aronne Piperno, dopo aver corrotto professionisti e prelati. Non è che succedesse solo allora».

Si riferisce a Mafia capitale?

«La città dovrebbe essere amministrata bene. Bisognerebbe mandare a casa non solo il sindaco, ma anche tutti gli amministrativi. Mi viene in mente una delle ultime scene della commedia, quando con la testa sul patibolo, Onofrio del Grillo saluta i suoi cari, facendo una dichiarazione d’amore alla città dall’eterna bellezza».

Quanto si è ispirato al cast del film del 1981?

«Ho rivisto la pellicola diverse volte. Resta un film mitico, di quelli che non se ne fanno più, purtroppo».

Cosa intende?

«Oggi un regista viene considerato bravo se termina tutto in un quarto d’ora. È stressante, per questo ogni tanto penso alla pensione. Lo sa cosa diceva Garinei? Il teatro non è un mestiere per arricchirsi. Gli attori sono oberati dalle imposte e magari restano fermi sei mesi per un contratto di una settimana. Ecco perché non sono contento che due dei miei figli (uno, Michele, interpreta il capitano Blanchard, ndr) abbiano deciso di intraprendere questa carriera».

Si spieghi.

«Renzi dice che vinceremo il terrorismo perché la nostra cultura è superiore: ma aiutiamola questa cultura. Sono anni che ho l’ambizione di aprire un teatro capitolino a Roma. Ne parlai anche con Alemanno, poi si è capito che era impegnato in altre cose (ride, ndr)».

Lei crede che la cultura possa aiutare a sconfiggere il terrorismo?

«Certo. E spero che papa Francesco faccia un bello scherzo da prete a chi vuole farci vivere nel terrore...».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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