Vittorio De Seta, il cinema senza confini
Un saggio che ricostruisce la sua avventura La grande lezione di “Banditi a Orgosolo”
di Fabio Canessa
In copertina spicca un’immagine ripresa da “Banditi a Orgosolo”. E non poteva che essere così. Il film girato nel Supramonte è, insieme al capolavoro televisivo “Diario di un maestro”, il lavoro simbolo di Vittorio De Seta. Che di opere ne ha realizzate in fondo poche in oltre mezzo secolo di attività dietro la macchina da presa. Dai primi brevi documentari siciliani del 1954 al corto di cinque minuti inserito nel film collettivo “All Human Rights for All” del 2008. Regista artigiano, insofferente ai compromessi e ai condizionamenti delle grandi produzioni ha sempre mantenuto la sua indipendenza preferendo l'inattività forzata all'adesione a un progetto lontano dai propri interessi. Un'intransigenza che ha portato nella sua carriera a lunghi periodi di attesa, di silenzio e anche alla rinuncia a film desiderati, pianificati e alla fine mai realizzati. Come quello su Paolo di Tarso di cui scrisse la presceneggiatura in collaborazione con Raffaele La Capria.
Proprio con le parole dello scrittore che ricorda l'amico «Vitti» si apre un volume pubblicato di recente da Rubbettino Editore che ripercorre tutto il tragitto artistico del regista scomparso quattro anni fa: “L'avventura del reale. Il cinema di Vittorio De Seta”, a cura di Paolino Nappi, dottore di ricerca di lingue e letterature all'università di Valencia e autore di diverse pubblicazioni sul cinema. Oltre duecento pagine (prezzo di copertina16 euro) che affrontano in modo completo l'opera desetiana e il discorso critico che si è sviluppato nel corso degli anni. Un'analisi dalla quale emerge, una volta di più, l'importanza di un regista unico nella storia del cinema italiano. Ormai pienamente riscoperto anche a livello internazionale grazie all'interesse di Martin Scorsese, suo grande estimatore.
Nato a Palermo nel 1923, De Seta irrompe sulla scena cinematografica negli anni Cinquanta con dieci brevi documentari girati nel Sud Italia: dal bellissimo “Lu tempu di li pisci spata” in Sicilia a “I dimenticati” realizzato in Calabria (regione di origine della famiglia). In mezzo anche due lavori sulla Sardegna, “Pastori di Orgosolo” e “Un giorno in Barbagia”, che – come scrive Nappi – possono essere considerati a buon diritto un'anticipazione o anche un sopralluogo del primo lungometraggio del regista: “Banditi a Orgosolo”. I due corti, di circa dieci minuti entrambi, risalgono al 1958 . L'anno dopo De Seta tornerà nell'isola per pianificare il film che poi nel 1961 verrà presentato alla Mostra del cinema di Venezia dove vincerà anche il premio come migliore opera prima.
Spinto ancora da quel forte interesse per la Sardegna nato dalla lettura della famosa inchiesta di Cagnetta pubblicata sulla rivista “Nuovi argomenti” diretta da Moravia. La troupe è piccolissima. In pratica insieme al regista ci sono soltanto la moglie Vera Gherarducci (co-sceneggiatrice) e l'assistente operatore Luciano Tovoli. Oltre a una maggiore agilità sul territorio, l'essere in pochi aiuta a mettere a proprio agio gli attori. Non professionisti, scelti sul posto. Come il protagonista Michele Cossu. E su di loro, con loro che De Seta modella il film modificando il copione se necessario. Con un metodo, fa notare giustamente l'autore del libro, che attinge alla lezione neorealista, in particolare a quella di Rossellini. Radicalizzandola. Portando un autentico spirito documentario nel cinema di finzione. Unica forzatura in fondo è il doppiaggio in italiano (la voce del protagonista è quella di un altro grande personaggio del cinema legato alla Sardegna, Gian Maria Volonté). Scelta obbligata. Impossibile per ragioni tecniche ed economiche realizzare un film in presa diretta, senza contare che all'epoca era in pratica impensabile proporlo in sardo con sottotitoli.
Così “Banditi a Orgosolo” è riuscito a essere più fruibile ed è probabilmente il lavoro di De Seta più visto in assoluto. Seguiranno i lungometraggi “Un uomo a metà” e “L'invitata”, non accolti benissimo dalla critica dell'epoca, prima del bellissimo lavoro televisivo in quattro puntate “Diario di un maestro” del 1972. Anche se non mancheranno nel mezzo ottimi documentari (come “In Calabria”) bisognerà attendere oltre trent'anni per un nuovo film: “Lettere dal Sahara”, la storia di un immigrato africano in Italia. Ancora una volta De Seta dà voce ai dimenticati, agli esclusi, spinto dalla convinzione che il cinema è un uno strumento di ricerca e può avere una funzione sociale. «Il cinema è uno strumento complesso, composto da quattro-cinque arti, e ha un potere di impatto enorme. Allora perché non dovrebbe affrontare i problemi, cercare di risolverli?». Usava queste parole in un’intervista allla Nuova nel 2010, quando era venuto a Sassari ospite dell'Accademia. L'ultima volta in Sardegna. Sarebbe morto un anno dopo. Nonostante l'età avanzata stava ancora pensando a un nuovo progetto.
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