Tra varchi e perquisizioni nel segno della sicurezza
Misure senza precedenti in una piazza San Pietro che si riempie faticosamente 2.000 agenti schierati ma serenità ai controlli. Gabrielli: vietato calare la guardia
ROMA. La paura è il convitato di pietra del Giubileo della Misericordia voluto da Papa Francesco. C’è chi la evoca quando un’ora dopo l’apertura dei varchi piazza San Pietro stenta a riempirsi; chi con la sua presenza dimostra di non averne, ma poi confessa di non essersela sentita di prendere la metropolitana per arrivare sino a lì, meglio l’autobus; c’è chi alza lo sguardo quando in un momento di silenzio tra i canti e le preghiere si sente, tra lo scrosciare dell’acqua delle fontane, il ronzio di un elicottero in cielo. E c’è chi strizza gli occhi per distinguere meglio le figure che si aggirano sopra il colonnato della basilica: no, non sono cecchini, sono i fotografi che fanno il loro lavoro. L’invito di papa Francesco - «abbandoniamo ogni forma di paura e di timore che non si addice a chi è amato davvero» - non potrebbe cadere su terreno migliore.
La lunga mattinata dei pellegrini, una “veglia” la definirà più tardi il responsabile del presidio del 118 di piazza Risorgimento, comincia quando ancora il sole non è sorto. La linea A della metropolitana, quella che porta a San Pietro, alle 6.30 è quasi deserta. Alle 7 i primi fedeli cominciano ad approdare alla fermata di Ottaviano. Tutte le strade sono transennate, a ogni incrocio le forze dell’ordine sbarrano il passo. La presenza degli agenti è massiccia: duemila in tutta la capitale, metà in piazza san Pietro. Invitano a seguire percorsi obbligati per raggiungere i tre varchi, aperti dalle 6.30. In quello di Porta Angelica, il più vicino alla metro, il primo controllo per accedere a San Pietro crea la prima coda. E così negli altri due.
Il secondo filtro è in fondo a viale Conciliazione, dove i pellegrini vengono fermati e fatti avanzare a gruppi verso piazza San Pietro. Raggiunto il colonnato, le tante persone in fila devono passare sotto il metal detector. Borse e zaini vengono controllati. Molti hanno in mano il biglietto per assistere alla cerimonia, ma entra anche chi ne è sprovvisto. L’afflusso in piazza San Pietro è regolare, a scaglioni. Le sedie si riempiono con lentezza. Tra i primi a trovare posto una famiglia di Lecce: madre, padre e tre bambini piccoli. «Paura? No - dicono - quando c’è la fede non c’è paura».
I controlli continuano, serrati, severi. Chi viene scoperto a parlare con qualcuno oltre la staccionata che delimita la piazza, viene rimandato alla casella del via, sotto i metal detector, perché «ha avuto contatti con una persona non controllata». «Noi non ci chiudiamo in casa - dice un milanese -. Un attentato può succedere qui come a Milano». «Il pensiero c’è, ma si caccia», ribadisce la moglie di un consigliere comunale di Monza, arrivato a San Pietro con la fascia tricolore.
In media, per entrare in piazza, serve un’ora e mezza. Quasi nessuno però si lamenta. I controlli sono previsti e anche ben accetti se servono a rendere l’evento più sicuro. Solo una famiglia, arrivata poco prima della celebrazione, lamenta lungaggini, file che scorrono con velocità diverse, controlli farraginosi.
Alla fine della cerimonia l’atmosfera si fa più rilassata. Qualcuno si sistema, mangia qualcosa, aspettando l’Angelus. Qualcun altro invece, con calma, cerca la via di uscita. Dopo il rigore dei controlli e le attese per entrare c’è chi, per uscire, scavalca le transenne. La tensione si stempera, la paura stretta ancor più in un angolo. Ma è solo una tregua. In serata, durante lo spettacolo “Fiat Lux”, un italiano è stato fermato perché aveva in tasca un coltello a serramanico. «L’allerta sarà massima fino alla fine del Giubileo - dice in serata il prefetto di Roma Franco Gabrielli-. Le insidie sono molto più presenti nei periodi di minore attenzione, ma i livelli che metteremo in campo saranno costanti perché Roma, come sede della cristianità, rimane un luogo simbolico».
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