La Nuova Sardegna

Le mura e il cuore della città

di MANLIO BRIGAGLIA
Le mura e il cuore della città

La Sassari medievale, le caratteristiche urbanistiche andate perdute

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di MANLIO BRIGAGLIA

La pianta di Sassari sul finire del Duecento era quasi identica a quella del 1835: parola di Enrico Costa. E la pianta di quello che chiamiamo “il centro storico” è oggi quasi uguale a quella del 1835, non tanto nel suo contenuto di edifici e di spazi quanto nel suo perimetro, anche se già alla fine dell’Ottocento poco restava delle mura che dal 1250 circa circondavano la città. In altre parole, il centro storico di oggi è la Sassari che è esistita dalla metà del Duecento sino almeno la metà dell’Ottocento.

Questo nucleo centrale, che non possiamo chiamare “originario” perché fu “riempito” lungo i secoli, era però stato disegnato praticamente fin dall’inizio della vita di Sassari non più come borgo del retroterra del golfo dell’Asinara ma ormai come “città” con sue leggi e sue abitudini e una sua vita economica e sociale di una certa vivacità. Il suo disegno era stato marcato dalla cinta di mura, che resistettero dalle prime pietre sino alla loro quasi completa distruzione. È un fenomeno abbastanza inconsueto nella storia delle città italiane, tranne forse quelle (famose) che ebbero una importante storia come Comuni potenti e autonomi. Anche Sassari ebbe i suoi padroni e i suoi magari poco graditi protettori: soprattutto nel Duecento, che è l’anno della sua affermazione (come dire?, urbanistica) come città. Prima i giudici, almeno fino al 1236, quando i buoni sassaresi uccisero l’ultimo giudice, Barisone III di Torres, poi i Pisani e, già prima ancora della fine del secolo, i Genovesi: ma trent’anni dopo arrivarono i Catalano-Aragonesi, e loro i successori spagnoli rimasero sin verso i primi anni del Settecento.

Del resto, questo profilo esterno della città è facilmente immaginabile, anche se non più visibile: ma siccome sino al 1839 non era permesso costruire fuori delle mura, la differenza fra il nucleo durato nei secoli e i pezzi della città nuova (così nuova che buona parte di loro veniva chiamata “le Appendici”. quasi che non si fosse ancora sicuri della loro integrazione nella “città”) è segnato proprio dalla differenza degli edifici e delle vie tutt’intorno al nucleo antico. Rapidamente: partendo, per dire, dalla Porta a fianco al Castello, che esisteva forse già prima degli Aragonesi, sia pure fuori della città, le mura scendevano lungo viale Umberto – debbo usare, per brevità, i nomi attuali delle vie - e arrivate a Porta Gurusele , Porta Rosello, giravano su via Trinità per svoltare seccamente verso Porta Sant’Antonio in direzione di Santa Maria di Betlemme per risalire verso l’attuale sbocco di via Torretonda e da lì a Pianu di Casteddu: comprendendo in un primo tempo solo la Porta d’Utzeri e dopo qualche secolo anche Porta Nuova.

Questo circuito murario era fitto di torri: il Costa calcolava che ce ne fossero un 33-34 sin verso il Settecento, 27 nel 1848 (erano cadute o erano state abbandonate quasi tutte quelle affacciate sulla vallata che sboccava a Rosello), ormai quasi tutte scomparse verso il 1899. Oggi come oggi riconosciamo con abbastanza evidenza quella di Porta Sant’Antonio e riusciamo con fatica a scorgere la Torre Turondola, che segnava la curva allo sbocco dell’attuale via Torretonda.

All’interno la città, già divisa in cinque parrocchie con altrettante chiese sin dal 1278, era gremita di case: e gli spazi venivano continuamente riempiti (rimpinzati ) con una serie praticamente ininterrotta di costruzioni. Sebbene gli Statuti che dovevano regolare l’intera convivenza della città talvolta stupiscano per la loro modernità, la città era in realtà un ammasso di case “terrene” dove i palazzotti a due o tre piani crescevano per aumentare lo spazio (malamente) vivibile. Insomma, era zeppa di case e ancora più di gente: il che spiega anche la furia con cui le ricorrenti epidemie spazzavano via la popolazione, che aveva dovuto risolvere in una maniera molto sbrigativa il problema dei rifiuti: la gente li portava sulle mura e li rovesciava di sotto, tanto che già nel Cinquecento la municipalità avvisava che in quel modo non ci sarebbe stato bisogno di macchine d’assedio per invadere le città: bastava risalire lungo i facili pendii formati dalle piccole montagnole di “mondezza” e scendere dall’altra parte.

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