Leonesse nere, dal Sudafrica grido di libertà
Lindeka Qampi e Zanele Muholi al Museo Man In mostra gli scatti delle due grandi fotografe
NUORO. Lindeka Qampi è una fotografa sudafricana che ha curato, con Zanele Muholi, anche lei sudafricana, un laboratorio sull'auto rappresentazione tenuto al Man di Nuoro ai primi di dicembre. Domani, sempre al Man, sarà inaugurata una mostra intitolata «Azola/Somnyama Ngonyama», esito della loro residenza in Sardegna e del laboratorio. Azola è il nome di una figlia di Lindeka Qampi. Somnyama Ngonyama in lingua zulu significa «Salve leonessa nera». Il progetto, curato da Emanuela Falqui, Erik Chevalier e Laura Farneti, è stato possibile grazie alla collaborazione con il Dipartimento di Scienze sociali e con quello di Storia dell'Università di Cagliari.
Al principio dell'intensa esperienza di tre giorni a Nuoro, i partecipanti sono stati invitati da Zanele Muholi a presentarsi, esplicitando le ragioni che li spingevano a partecipare. «Questo è un laboratorio sull'auto rappresentazione, ma cosa significa il termine per ciascuno di noi? Credo che ognuno abbia un'idea, una sua percezione. Perché siete qui e cosa vuol dire per voi auto rappresentarsi? Parliamone». Alla fine del primo giro di opinioni Lindeka ha raccontato la sua storia, cominciando con un canto. Una nenia delicata, una ninna di sabbia e di sale, di onde grandi e di occhi, di pane e pesce, di fatica, di tempo. «Dice la canzone di un dio che mi porta in un certo luogo e mi tiene in braccio come fossi un bambino. Mi chiamo Lindeka, ho cominciato a fotografare a trentasei anni. Avevo un problema con il gioco. E sapete una cosa. Se avete un problema e volete guarire, dovete parlare, parlare, parlare. La fotografia per me è quel certo luogo, il mio terapista. La macchina fotografica è mia madre, è mio padre». Se qualcuno tra i partecipanti avesse avuto dubbi sul significato e la forza del fare fotografico, la gentile e possente testimonianza di vita di Lindeka Qampi ha spazzato via ogni perplessità in merito. Almeno credo. In lei la fotografia si è incarnata, si è fatta verbo visivo e salvifico. Una salvezza che si distilla in una sola parola: libertà.
Zanele Muholi, leonessa e leone, ha alle spalle un lungo e accidentato percorso di attivismo politico. Ha dedicato quasi un decennio alla documentazione dell'identità visiva delle lesbiche e transgender del Sudafrica, dando vita ad un corpo di più di 250 ritratti, «Faces & Phases», con l'intenzione dichiarata di creare una «mappa, una storia visuale delle lesbiche nere in Sud Africa dopo l’apartheid». Per restituire alla comunità lgbt (lesbian, gay, bisexual and transgender) un archivio nel quale riconoscersi e ritrovare la propria dignità. Per lavorare sul tema Muholi ha dovuto fare i conti con l'assenza di una storia visiva che rappresentasse la comunità, inserendo poi la narrazione nel quadro più ampio della formazione delle identità nel Sudafrica, che comprende il problema del razzismo, l'immagine della sessualità e il colonialismo. Comunità per lei è una parola guida. Così come condivisione. Nelle prime frasi di presentazione Zanele Muholi parla di esperienza fotografica. Dice: «La fotografia può svelare o nascondere. Qui, in questa comunità, in questa nostra famiglia fotografica estesa, vogliamo che la fotografia apra squarci, visivi e anche mentali. Per fare questo è fondamentale una condivisione, la più ampia e dilatata possibile, tra noi tutti. Dobbiamo discutere insieme, parlare di ciò che succede qui, dove siamo noi ora».
Ormai da diversi anni Zanele Muholi ha rivolto l'obiettivo verso il suo volto e il suo corpo. Ha realizzato una serie di autoritratti, un progetto che anch’esso si chiama «Somnyama Ngonyama», in cui la fotografa assume in se, provocatoriamente, stereotipi di razza, classe e genere, interpretando archetipi femminili differenti. L’artista rielabora il suo vissuto, le sue origini, le trasla in una dimensione collettiva e di riscatto, con un linguaggio estetizzante e contraddittorio insieme. Costruisce i suoi personaggi utilizzando un abbigliamento di fortuna, fatto di oggetti domestici e quotidiani che trasforma in sofisticati ornamenti. Sempre enfatizzando l'ebano della sua pelle, per generare una riflessione sul luogo comune della razza. Spiega Zanele: «Esagerando l'oscurità del tono della mia pelle rivendico il mio essere nera, che mi sembra sia continuamente messo in scena dall'altro privilegiato. Non imito il nero: è la mia pelle, è l'esperienza dell'esser nera! Sono entrambe profondamente radicate in me».
Lindeka Qampi ha conosciuto Zanele Muholi nel 2006, all’interno del collettivo «Iliso Labantu». Si tratta di un gruppo di fotografi e fotografe delle township che si occupano di documentare la vita urbana contemporanea nel paese. E' stato fondato dalla britannica Alistair Berg e dalla statunitense Sue Jaye Johnson. Al suo sviluppo hanno collaborato numerosi fotografi, sudafricani e di altri paesi. Tra loro il leggendario David Goldblatt, sudafricano con origini nella comunità ebraica lituana. Goldblatt a proposito del collettivo ha scritto: «L'apartheid non c'è più, rimangono le lacune nel tessuto sociale, nella nostra esperienza e nella comprensione reciproca delle nostre vite. “Iliso Labantu” può dare un contributo significativo per ridurre queste mancanze».
La mostra allestita dal Museo Man sarà inaugurata alle ore 19 del 12 dicembre. Visitabile sino al 14 febbraio 2016. Verrano esposti anche contributi di tutti i partecipanti al laboratorio.
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