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La difesa: «Gli uffici rifiutavano le fatture e gli scontrini»

La difesa: «Gli uffici rifiutavano le fatture e gli scontrini»

CAGLIARI. I consiglieri regionali si difendono dall’accusa di peculato aggravato: l’obbligo di giustificare le spese non c’era, quando consegnavamo scontrini e fatture gli uffici li rifiutavano. A...

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CAGLIARI. I consiglieri regionali si difendono dall’accusa di peculato aggravato: l’obbligo di giustificare le spese non c’era, quando consegnavamo scontrini e fatture gli uffici li rifiutavano. A distanza di sei o sette anni come si fa a rintracciare le pezze d’appoggio che dimostrano la legittimità dei rimborsi? Col dibattimento che volge al termine - quattordici imputati, la posizione di altri cinque è stata definita - tre onorevoli hanno scelto la via delle dichiarazioni spontanee - senza contradditorio col pubblico ministero - e uno, Giommaria Uggias, professione avvocato, ha aggiunto una lunga e documentata autoarringa all’esame cui si era sottoposto il 28 novembre 2013 davanti al gup. Il tribunale presieduto da Mauro Grandesso ha ascoltato con attenzione, il pm Marco Cocco ha preso solo qualche appunto. Perché più di che di fatti, si è parlato di equivoci: Vittorio Randazzo, Carmelo Cachia, Alberto Randazzo e Uggias hanno insistito sul tasto della buona fede, sull’errata consapevolezza di poter spendere senza fornire riscontri delle ragioni. Vittorio Randazzo. «Non come difendermi in questo processo, i soldi mi venivano accreditati sul mio conto corrente alla vice emolumenti e io li spendevo sempre per attività istituzionali. Ero alla mia prima esperienza di consigliere regionale e i miei riferimenti erano il capogruppo Giuseppe Atzeri e il segretario Angelo Sanna». Carmelo Cachia. «Faccio il medico da una vita, ero alla mia prima legislatura da consigliere e tutti dicevano che non era necessaria alcuna giustificazione delle spese. Mai impiegato un soldo per ragioni non istituzionali, avevo anche chiesto alla funzionaria Ornella Piredda di sollecitare la produzione dei documenti di spesa ed è possibile che fra quelli consegnati sia finita qualche spesa non pertinente all’attività di consigliere. Ma se è avvenuto si è trattato di un errore commesso in buona fede. Lo dimostra il fatto che alla fine della legislatura ho restituito al consiglio i soldi rimasti». Alberto Randazzo. «Ho sempre agito in buona fede e nella massima correttezza, non ho conservato fatture e scontrini perché non era considerata una cosa necessaria e così mi avevano spiegato. Ma non ho mai usato un euro pubblico per attività che non fossero legate alla mia attività istituzionale». Giommaria Uggias. «Il gruppo misto, di cui facevo parte, non poteva svolgere attività di gruppo, quindi io ero il gruppo di me stesso e i 2500 euro che mi venivano accreditati ogni mese servivano a coprire la mia parte di spese per l’attività istituzionale. Pagavo lo staff, collaboratori che mi aiutavano a seguire tutto, provvedimenti e leggi. Mi serviva una struttura in grado di supportare la mia attività ed è stato per pagare lo staff che ho speso la gran parte dei fondi». (m.l)

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