La Nuova Sardegna

Da Roberto Rossellini una lezione di docufilm

di Fabio Canessa
Da Roberto Rossellini una lezione di docufilm

DocSS Festival, oggi ad Alghero l’intervento di Adriano Aprà

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SASSARI. Padre del neorealismo, Roberto Rossellini nel corso della sua carriera ha realizzato anche documentari. Con particolare riferimento a questa parte della sua produzione nasce l'omaggio al regista inserito tra gli appuntamenti di DocSS (festival del cinema urbano organizzato da Nuovo Circolo del Cinema in collaborazione con Aguaplano) che oggi si sposta ad Alghero negli spazi dell’ex ospedale Santa Chiara. Per l'occasione Adriano Aprà, massimo esperto di Rossellini, terrà dalle 9.30 una lezione sul rapporto del cineasta con le location, in particolare quelle cittadine.

Aprà, parlando di Rossellini e ambientazione urbana viene subito in mente “Roma città aperta”.

«Rossellini è un uomo di città, nato nel centro di Roma e a“Roma città aperta” è legato il suo nome. Quello che colpisce per un romano che vede il film è il fatto per esempio che Rossellini rispetti le location. Se uno prende una mappa di Roma e segna i punti nei quali si svolge il film, si accorge che sono coerenti. Non sempre avviene così nel cinema. Per esempio in “Ladri di biciclette” di De Sica, che ugualmente si svolge a Roma, ci sono scene in cui i protagonisti svoltano l'angolo e si ritrovano in una parte diversa della città».

Questo rispetto della realtà nelle location era abituale nel suo lavoro?

«Lo ha fatto spesso, stava molto attento a certe cose. Per esempio anche quando ha girato “Viva l'Italia!”, film sulla spedizione dei Mille, ha rispettato il percorso geografico da Marsala a Messina, prima di passare lo stretto e in Calabria risalire verso Teano. Era un regista per cui i luoghi avevano una loro autonomia»

Un’attenzione che risponde anche al suo interesse per il documentario?

«Certamente. Si può parlare di un Rossellini documentarista o documentalista, nel senso che per esempio quando ha fatto film storici, si preparava molto, studiava le fonti. Ha sempre conservato un’anima documentarista che si ritrova non solo in documentari come i lavori sull'India».

Però si dice anche che Rossellini improvvisasse molto?

«Dipende dai film. “Roma città aperta” aveva una sceneggiatura vera e propria, ma in alcuni casi è vero, si serviva semplicemente di una bozza. Per esempio “Paisà” è stato molto improvvisato. In altri lavori, come quelli televisivi, usava un metodo diverso e rispettava quasi alla lettera la sceneggiatura».

Ma che rapporto c'è tra cinema documentario e cinema neorealista?

«Il cinema documentario nel periodo neorealista ha avuto una vita molto scarsa. È come se la materia del documentario fosse stata rubata dal cinema di finzione neorealista, come se avesse assorbito quei temi, quei problemi che sarebbero stati in altre circostanze propri del cinema documentario».

Per esempio in quello di Vittorio De Seta che apprezzava molto Rossellini?

«La generazione di cui fa parte De Seta è cresciuta nei primi anni del dopoguerra e inevitabilmente è stata influenzata dal cinema neorealista. Mi ricordo che in un’intervista mi disse che era stato molto colpito dalla visione di “Paisà”. De Seta è stato un grande cineasta, ha fatto documentari straordinari».

Oggi punto di riferimento per molti documentaristi italiani.

«A partire dagli anni Novanta c'è stato un fiorire del documentarismo italiano e gli autori si sono creati delle figure “paterne” tra cui Rossellini, De Seta, Pasolini. Però il tipo di cinema documentario della nuova generazione è più vicino alle esperienze europee. Film molto originali dal punto di vista stilistico, in cui la realtà si mescola con la finzione. Il termine documentario rischia di essere equivoco. Sono film che semplicemente non usano degli attori, una trama di finzione e si appoggiano al reale».

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