La Nuova Sardegna

«Cinema e memoria, un atto di resistenza»

di Fabio Canessa
«Cinema e memoria, un atto di resistenza»

Gianluca e Massimiliano De Serio ospiti al festival DocSS

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SASSARI. Presentato fuori concorso all'ultima Mostra del cinema di Venezia, “I ricordi del fiume” è uno dei documentari più attesi del programma del festival DocSS. Oggi, alle 20 all’auditorium del Carmelo, la proiezione con ospiti i registi Gianluca e Massimiliano De Serio. Gemelli, nati a Torino nel 1978, hanno alle spalle già una ricca produzione. Documentari soprattutto, ma anche film di finzione come “Sette opere di misericordia” che nel 2011 ha vinto il premio Don Quixote al festival di Locarno. E proprio da quel film parte in qualche modo “I ricordi del fiume” che racconta il processo di smantellamento del Platz, una grande baraccopoli situata sugli argini del fiume Stura a Torino.

«Sapevamo già del luogo, vivendo non lontano dal campo – racconta Massimiliano De Serio – e avevamo girato lì un paio di scene di “Sette opere di misericordia”. Negli anni successivi è cresciuta la curiosità di conoscere realmente questo posto e le persone che ci vivevano. Nello stesso tempo avevamo saputo dell'inizio di un progetto di smantellamento del campo. Allora ci siamo detti: prima che questo luogo scompaia dalla memoria della popolazione, andiamo e filmiamo quello che troviamo».

Un tema quello della memoria caro a tanti grandi documentaristi. Anche a voi?

«Per noi è anche un atto di resistenza, nel senso politico, estetico, spirituale. In questo film i ricordi riguardano quello che avveniva lungo questo fiume, che rappresenta anche quelli di un movimento inesorabile che va verso una direzione e il cinema ha fermato per un istante».

Ma come siete stati accolti dalla comunità del campo?

«Positivamente. Non ci aspettavamo di essere accolti in modo così libero e aperto. Ci siamo presentati dicendo loro quello che volevamo fare, un film che fosse anche per loro uno strumento di memoria, di affermazione di una vita che nessuno conosce se non nella retorica e nel luogo comune dell'opinione pubblica».

Avete subito portato le telecamere o iniziato a girare dopo un periodo di conoscenza?

«Abbiamo cominciato subito, con i cosiddetti sopralluoghi che sono stati per noi una scoperta continua. Era l'inizio del 2014 e le baracche erano tantissime. Ci vivevano più di mille persone».

In seguito avete sviluppato un trattamento o lo sviluppo è nato al montaggio?

«Dopo quei sopralluoghi abbiamo scritto un trattamento ipotizzando un eventuale sviluppo del racconto che poi naturalmente si è nutrito della vita del Platz, si è modificato nel corso delle riprese che sono durate un anno e mezzo».

Tra le persone filmate si nota la presenza di tanti bambini e anziani.

«Spesso ci trovavamo a riprendere i bambini perché molti di loro non andavano a scuola e quindi erano la vita del Platz in alcune ore del giorno. E lo stesso i vecchi, che spesso rimanevano nel campo mentre gli adulti giovani andavano a fare accattonaggio oppure lavori vari. Inoltre rappresentano due momenti nella vita in cui si abbandona qualcosa. I bambini stanno entrando nell'età adulta a grande velocità, però hanno ancora quell'innocenza negli occhi. I vecchi, spesso malati, attendono la morte e hanno alle spalle una vita di sradicamento e discriminazioni. Due situazioni di sospensione che ci hanno sempre affascinato».

Dal punto stilistico colpisce l'uso di tante inquadrature di spalle. Che significato ha per voi questa scelta?

«È un modo per stare con loro, vicino a loro, seguirne il respiro e non costruire immagini preconfezionate».

In questo senso si spiega anche l'utilizzo di lunghi piani sequenza?

«Esatto. Il tempo è uno degli strumenti più importanti che abbiamo come registi. Permette alle persone che sono davanti alla camera di prendere confidenza nel tempo dell'inquadratura e gradualmente di esprimere una loro libertà, di non essere tagliati, interrotti nella loro vita. Anche se alla fine in parte è sempre un'illusione perché l'inquadratura ha sempre un limite, non solo di tempo ma anche di spazio».

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