La Nuova Sardegna

L’orgoglio e la solitudine di una generazione

di ROSSANA ROSSANDA
L’orgoglio e la solitudine di una generazione

«Condividere la fatica alla catena di montaggio era meglio della sensazione di inutilità di oggi»

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Pubblichiamo una parte della prefazione di Rossana Rossanda al libro di Loris Campetti “Non ho l’età”, (Manni Editore, 184 pagine 15,00 euro)

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di ROSSANA ROSSANDA

Almeno fin qualche tempo fa chi aveva lavoro aveva una figura sociale riconosciuta. Era pesante svegliarsi al mattino presto e lavorare alla catena fino a sera, ma si era una delle figure sociali protagoniste e come tale si era riconosciuti. Il disoccupato, malgrado alcuni sforzi di qualche parte della sinistra, non lo è o non lo è ancora, è un perdente, e chi vuole identificar-si con un perdente? Nessuno. Si perde di ruolo e di identità non solo davanti agli altri ma, più amaramente, di fronte a se stesso.

C’è poco da obiettare: un’identità sociale te la dà chi ti circonda, ma se sei fuori dal giro “produttivo”, non sei neppure visto. Quindi non ti vedi; disoccupazione, perdita dell’impiego, vuol dire anche perdita di sé, certamente perdita della sfera nella quale ti trovavi e identificavi; dai colloqui raccolti da Campetti traspare una malinconia profonda, una solitudine. Sarà anche una incapacità dei soggetti a darsi una fisionomia più solida del mestiere o dell’impiego cui hanno dovuto rinunciare, ma è così. «Alla catena diventavo matta di fatica, anche perché se un tempo ogni tanto si fermava, adesso non si ferma più, devi correrle dietro. E poi negli intervalli il lavoro ti rimandava la percezione dei compagni della tua stessa condizione, con loro potevi parlare, mentre adesso non hai più nessuno con cui condividere le chiacchiere che in fabbrica ti venivano naturali. Chiacchiere che non riguardavano l’azienda se non quando era proprio obbligatorio, ma la giornata qualsiasi di ognuno di noi. La fabbrica era il mio mondo e per quanto faticoso fosse, mi dava un orizzonte che come disoccupata, e non più giovanissima, non ho». Goghi non dice che le manca quel senso comune diffuso che era una certa idea della politica, il vederti dentro una vicenda ingiusta più grande di te, e non un insignificante straccio che vola; non lo dice perché ha perso il lavoro ma non la socialità; per recuperare il senso di un collettivo alcuni di loro provano qualsiasi cosa che permetta di lavorare in comune, per esempio chiedere a qualche proprietario di terreni alla periferia di Roma di averne o affittarne una fetta per renderlo fecondo – di nuovo con la schiena curva. Prima era il bancone su cui viaggiava la catena, adesso sulla terra già abbandonata, dal mattino alla sera – per rifarla vivere, trarne insalata e magari pomodori da vendere da qualche parte.

“Il lavoro nell’orto vuole l’uomo morto” è la battuta popolare dei romani, che nei loro anfratti profondi conservano un pessimismo glaciale. «Comunque muori sentendoti assieme ad altri e utile a qualcosa», protesta l’ex lavoratrice. Finché non si stufa di rompersi la schiena per tirar su dalla terra “quattro cavoli”, che spesso non riuscirà a vendere e dovrà finire col mettere in tavola per sé.

L’ascolto di Campetti non ci rimanda alla già troppo elogiata, dai cattolici e dalla borghesia, qualità morale che il lavoro in sé produrrebbe e che il movimento operaio, non riformista, gli nega; nessuno di questi interlocutori affaticati glielo regalerebbe, il lavoro, riconoscerebbe soltanto che lavorare assieme, in uguali condizioni e facendosi reciprocamente coraggio, è infinitamente meglio di un invecchiare solitario.

Anche di questo si potrebbe dubitare, almeno quando lo si esamina dal di fuori. Non erano senza motivo le battaglie del Sessantotto e seguenti contro il “lavorismo”. Ma non è un caso che si siano formate in anni in cui “il lavoro non mancava”. Adesso si sperimenta la sua mancanza, che non si sa più a chi imputare, mentre appare più distante la ripetitività e la noia quando non è dura fatica, della mansione scandita dalle lunghe giornate in fabbrica. Sarà questo o sarà altro, ma non è che al lavoro salariato si sia opposto il “lavoro libero” e neppure “un tempo libero” realmente bonificato. Di libero c’era soltanto la dimensione politica, ed essa viene negata come una favola di altri tempi. Ci sono diversi livelli di malessere nello stare in un mondo che ha smesso di interrogarsi sul suo meccanismo di fondo come faceva nelle generazioni scorse. Incastrati in una fatica alienante e doppiamente incastrati se vengono esclusi, ad opera dei famosi meccanismi del mercato su scala mondiale, dal solo modo di accedere a un reddito, i disoccupati penano a difendersi e ancor più ad accettare le folle che le guerre o la povertà gettano in Europa, continente che sembra più ricco; e possono essere preda del primo Salvini che passa: “Perché vengono ascoltati loro e noi no?” La trappola neoliberista scatta sempre a favore dei padroni, che nel campo del lavoro hanno vinto grazie alla complicità del Pd.

20115 Piero Manni s.r.l.

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