La sardità diventa scrittura Il romanzo familiare isolano
Un brano da “La Sardegna contemporanea. Idee, luoghi, processi culturali”
di LUCIANO MARROCU
Nereide Rudas, una psichiatra, ha fatto sdraiare gli scrittori sardi recenti sul lettino dello psicanalista, facendo poi lo stesso con quelli dell’Ottocento, con esiti altrettanto interessanti. Riferendosi alle «Carte d’Arborea», ha scritto che esse rappresentano il «romanzo familiare» della collettività sarda, usando «romanzo familiare» nel senso freudiano e cioè come una storia inventata (o comunque manipolata) delle proprie origini familiari che si sostituisce a una reale paternità ritenuta poco gratificante o addirittura da nascondere. Ad approfondire lo spunto interpretativo della Rudas, viene da chiedersi di che genere sia il vulnus narcisistico da cui si origina il «romanzo familiare». (…) A illustrare e articolare questo punto, consentitemi di introdurre un brano tratto da un mio romanzo, «Faulas». A parlare è un Antioco Murenu, professore d’ università e studioso ormai in disarmo: «Sì, sono io l’Antioco Murenu autore dell’Atlante antropologico-statistico dell’omicidio barbaricino (…) no, non ho più continuato quegli studi, né quelli né altri, a dire la verità... ho scelto (per meglio dire, mi hanno scelto) l’oscurità e l’oblio... qualche piccola delusione accademica ha forse contribuito ad allontanarmi dall’Università e anche quel po’ di sicurezza economica che mi veniva dalle terre di famiglia. Ma a farmi smettere di studiare e a farmi decidere il ritorno alle terre avite è stato soprattutto il desiderio di sottrarmi allo sguardo dei continentali. Ho preferito tornare a questa terra malarica, battuta dai venti e inospitale, pur di stare lontano da quegli occhi che ci scherniscono, lontano dal senso di disagio che provoca in noi quello sguardo, lasciandoci dentro un bisogno di approvazione mai appagato, lontano dall’autodenigrazione a cui invariabilmente ci spinge, nel confronto, la percezione della nostra diversità. Di colpo mi è preso il desiderio insopprimibile di rintanarmi laddove, fattomi fantasma tra i fantasmi, ero sicuro che nessuno potesse vedermi».
I luoghi. Torniamo ora all’osservazione su come nel «romanzo sardo» il luogo, lo sfondo si faccia figura assumendo una centralità che costituisce una delle sue caratteristiche fondanti: se è vero che (quasi) nessuno degli scrittori sardi moderni sfugge all’obbligo di riferirsi alla «tematica sarda» è anche vero che le forme, i contenuti, l’intensità stessa con cui questo avviene differiscono molto da autore a autore. Si pone a questo riguardo il problema del significato da dare al «romanzo sardo» nel contesto degli apparati culturali di massa. Le modalità della cultura di massa comportano infatti che il «romanzo sardo» non solo trovi la sua definitiva legittimazione al cospetto di un pubblico nazionale e internazionale ma che esso si presenti a questo pubblico accompagnato dal suo autore, lo «scrittore sardo» appunto, la cui biografia e le cui appartenenze funzionano da indispensabile illustrazione del testo. Quello che stiamo disegnando è, naturalmente, solo l’idealtipo dello «scrittore sardo» o, se si vuole, una prima sommaria definizione del suo «stato civile».
Il caso Ledda. Il caso che mi sembra più espressivo – quello di Gavino Ledda – è tale anche perché l’autore di «Padre padrone» rimane a tutt’oggi lo scrittore sardo che ha conquistato il successo più vasto a livello internazionale. Ad avvicinare Gavino Ledda all’idealtipo è ovviamente il fatto che «Padre padrone» sia anche una autobiografia, ma non solo questo. A più quarant’anni dall’uscita di «Padre padrone», la produzione letteraria di Gavino Ledda continua a nutrirsi di uno stretto rapporto con i temi della «sardità», rielaborati attraverso sperimentazioni soprattutto linguistiche. Così come continua, da parte sua, la precisa intenzione di rivolgersi a un pubblico italiano e europeo. (…) La stessa intenzione troviamo in tutti i più importanti narratori sardi degli ultimi quarant’anni. Potremmo disporre questi stessi narratori lungo una scala che va da un grado minimo di «sardità» rappresentato da Salvatore Mannuzzu, al suo grado massimo, Gavino Ledda appunto. Di Mannuzzu sarà opportuno tenere presente, accanto alla sua vasta produzione di narratore, un saggio apparso nel volume dedicato alla Sardegna della Storia d’Italia Einaudi, dal titolo «Finis Sardiniae» (o la patria possibile).
La «Finis Sardiniae» di Mannuzzu si esprime nel «logorio profondo e irrimediabile» dell’identità sarda, di cui trova i segni nel degrado del paesaggio fisico ed umano dell’isola, nell’ «insufficienza» della lingua sarda rispetto alle «complesse evoluzioni moderne», nel fatto che agli ormai finiti antichi modi di produzione non se ne sono sostituiti di nuovi, e “anzi preme la minaccia del deserto». Del sardismo, a cui altri affidano il proprio sentimento di appartenenza, Mannuzzu parla come di un «mistico sardismo universale (...) union sacrée attorno a un mero nome».
Finis sardiniae. Anche sul terreno della narrazione, «Sardegna si declina al plurale», come direbbe Mannuzzu. Ne abbiamo una straordinaria dimostrazione nel complesso dell’opera di Sergio Atzeni che spazia dalla Cagliari catalana dell’ «Apologo del giudice bandito», alla Guspini operaia e comunista di «Il figlio di Bakunìn», alla Cagliari sfilacciata e impiegatizia che fa da sfondo a «Il quinto passo è l’addio». I luoghi narrati da Atzeni sono comunque distanti dall’immediata riconoscibile evidenza del «romanzo sardo» (salvo, forse, che in Passavamo sulla terra leggeri dove Atzeni sembra percepire lo spostamento del mondo culturale isolano verso un sardismo di maniera e adeguarsi a esso).
L’isola e il mondo. Rimane da dire di Giulio Angioni, quello tra gli scrittori sardi di oggi che con maggiore consapevolezza, a mio giudizio, si è posto il problema della Sardegna come sfondo (e figura) della narrazione. (…) E’ fissando lo sguardo (a ciglio asciutto) sulla «Finis Sardiniae» che Angioni muove le sue storie, avvalendosi spesso di un narratore interno alla vicenda, un narratore che sa del vecchio mondo per averlo vissuto ma di cui sa, però, anche la fine. Niente a che fare con la nostalgia, né con qualcosa che le assomigli, molto a che fare invece con un problematico sentimento di appartenenza alla modernità occidentale che a me pare il punto da cui Angioni guarda alle cose della Sardegna e del mondo.
«Noi sardi – scrive Angioni – abbiamo il problema del nostro posto al mondo, come molti altri, certo, ma l’abbiamo. A me pare l’abbiamo di più. (...) Io comunque di essere sardo continuo sia a vergognarmi sia a essere orgoglioso, sia a sentirmene fortunato sia sentirmene diminuito... Forse, in quanto sardo, riesco però anche a sentirmi senza troppe difficoltà, oggi, parte del mondo che diciamo occidentale, e questo è già un bel problema identitario nel mondo di oggi, visto come un tutto, qui in Sardegna a due passi dall’Africa simbolo europeo moderno di ogni arretratezza».
© 2015 Donzelli editore, Roma
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