Indipendenza, l’opzione della lotta armata
Perché dopo il conflitto l’ipotesi fu scartata Le diverse posizioni di Lussu e di Bellieni
di PAOLO MANINCHEDDA
Quando gli ufficiali della Brigata Sassari tornarono in Sardegna si accorsero chiaramente, in particolare Lussu e Bellieni, di poter guidare, volendolo, un grande cambiamento, una rivoluzione. Perché non lo fecero? Perché in Irlanda, tra il 1919 e il 1921, nacque lo Stato libero e sovrano dell'Irlanda e in Sardegna nacque il Partito Sardo d'Azione, ma non lo Stato sardo? La risposta non è semplice e riguarda uno snodo della nostra storia. Per capire questa grande incompiuta politica occorre chiarire perché e come Lussu e Bellieni, con differenze sostanziali ma anche con affinità strutturali, si sono sentiti italiani e sardi.
«Fare da noi». Per Lussu l'Italia ricevuta in eredità è una patria riconosciuta come tale sul piano culturale e, come si diceva allora, spirituale, ma è una patria da rivoluzionare sul piano politico e istituzionale. Già nel 1921 Lussu scriveva: «Vogliamo fare da noi; intendiamo dire che vogliamo essere noi gli artefici del nostro avvenire. Vogliamo essere noi a disporre delle nostre cose, ad amministrare le nostre sostanze, i nostri Comuni, l'Isola». Sebbene tutto questo venisse inserito in un quadro in cui allo Stato italiano rimanevano le funzioni della difesa e della politica estera, era pur sempre un federalismo spinto, non propriamente ortodosso.
Contributo di sangue. Che cosa lo trattenne dal passo ulteriore, dal riconoscere la Sardegna come nazione e dal teorizzare lo Stato sardo? Che cosa lo ha trattenuto dal riconoscere la Sardegna come patria primaria? Che cosa lo ha trattenuto dallo sceglierla come patria politica e istituzionale, come architettura dei poteri della patria dei padri? Lussu sapeva che i sardi non erano italiani. Scriveva: «Ci sentiamo italiani più per l'immenso contributo di sangue che abbiamo offerto in ogni appello alla pericolante patria che per la comunanza di vita, di interessi, di costumi e di storia». Quindi egli sapeva che gli interessi e la storia della Sardegna non erano assimilabili e interpretabili dall'Italia. I sardi tornarono dal fronte come una nazione, ma i loro leader non osarono la scommessa dello Stato sardo, sapendo bene di rinunciare a un'aspirazione che le fatiche della guerra non avevano portato a nitidezza politica, ma avevano certamente fatto germogliare. A giustificare la rinuncia venne coniata una motivazione storica – per me insussistente – quella della “nazione abortita” o “fallita”.
Dalle trincee. Il teorico del fallimento storico della Sardegna fu Bellieni. Bellieni era più colto di Lussu. Egli è l'artefice del perimetro ideologico dell'autonomismo sardo, utilizzato poi nel dopoguerra come spartito politico anche dalla sinistra marxista e dalla sinistra cattolica. Bellieni dice chiaramente che la patria dei sardi è la Sardegna: «Fratelli, noi conoscemmo cosa fosse la Patria quando facemmo l'assalto, l'imboscata e la scorreria nelle tanche sanguinose del Carso. Fecero di noi una sola compagnia. (…) Fratelli, nel martirio della guerra noi abbiamo fatto la Sardegna (…)La Brigata Sassari fu una Sardegna ristretta nei brevi confin. i di un fronte di schieramento, ma sublimato da tutte le più belle energie della razza. La Brigata Sassari è la Sardegna armata, è la Sardegna purificata, è la Sardegna che troverà la Sardegna».
Bellieni nella celebre relazione al Congresso del Psd'Az del gennaio del 1922 disegnerà l'idea autonomistica che ancora oggi è attuale per molti (non per me): autogoverno delle funzioni delegate e dialettica su quelle “nazionali italiane”, affidate a un'Italia pensata come Italia federale. In fin dei conti Bellieni a Oristano ha descritto la futura Regione Autonoma della Sardegna del 1948, secondo una gerarchia di funzioni che già Mazzini aveva illustrato in un celebre biglietto a suoi corrispondenti sassaresi: «Amate la vostra patria che è l'Italia, la vostra culla che è la Sardegna».
Ma Bellieni era consapevole che la Sardegna come patria, anche se solo di primo livello, l'autonomia come rivoluzione, l'autonomia come autogoverno in un quadro federalista, poneva una grande domanda (che infatti il dibattito politico non mancò di porre): perché la Sardegna non poteva e doveva diventare uno Stato?
Espedienti retorici. Bellieni para il colpo della presa di coscienza nazionale e statuale dei sardi con un espediente retorico che venne adottato anche da Lussu. Nel maggio del 1922, sei mesi dopo il congresso del Psd'Az, Bellieni, nel ben noto articolo La via di Damasco, afferma senza alcuna dimostrazione ma con notevole successo che «Noi siamo una nazione abortita». La frase vuole smontare l'idea che ai sardi derivasse dalla storia il dovere di compiersi. L'aborto, in buona sostanza è, per Bellieni, testimoniato dalla miseria, dai particolarismi dell'Isola – che lo ossessionavano – dalla sua pochezza spirituale che egli vedeva rappresentata negli irriducibili individualismi. L'aborto poteva emanciparsi, per lui, solo nella dialettica con un corpo più evoluto e più ricco quale era l'Italia.
Fallimento storico. Torniamo allora alla domanda iniziale: perché chi ha scoperto nel sangue la Sardegna come patria poi, nel giro di quattro anni, giunge a concepirla come aborto o con Lussu, come fallimento storico. La risposta non è nei testi, può essere solo dedotta dai contesti. Letti e riletti i loro scritti, volendo trasferire la sensazione complessiva che se ne ricava, essa è che sia Lussu sia Bellieni erano saturi di morti, di violenze, di sangue e che sapevano perfettamente che la nascita di un nuovo stato, quello sardo, non sarebbe potuta avvenire senza un conflitto aspro e senza violenza. Agì certamente la paura di essere messi all'angolo come separatisti dopo un conflitto voluto e condotto per l'unità del Paese. Agì certamente il dibattito politico fortemente agitato dalle questioni sociali piuttosto che da quelle istituzionali.
Ritardo culturale. Agì il sentimento di sudditanza dichiarata alla cultura italiana che, invece, non agì negli irlandesi verso la cultura inglese. Agì l'incapacità di comprendere le ragioni politiche del sottosviluppo sardo (che non mancarono invece a ad Antonio Gramsci) e, viceversa, l'urgenza morale di porvi rimedio con il sindacalismo e il cooperativismo. Agì una severissima coscienza critica del ritardo culturale della Sardegna e delle sue classi dirigenti. Agirono tutti questi elementi, ma il dato a mio avviso evidente è che la patria sarda fu vista e fu temuto il suo potenziale politico. Nel 1947, Lussu, presentando il suo ordine del giorno sullo Statuto sardo, disse chiaramente che l'autonomia era stata raggiunta senza versare il sangue dei fratelli e io penso sia stato proprio il pudore verso il sangue dei suoi fratelli a trattenerlo al di qua del destino che la storia gli aveva consegnato. Tutto questo sta dentro la dialettica tra la coscienza della patria e la paura della patria nata in trincea che ho cercato di raccontarvi.
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