Bambi finisce nel mirino: abbattiamolo
Daini, fenicotteri, cornacchie: gli agricoltori si lamentano per i danni della fauna selvatica e chiedono di limitarne il numero
SASSARI. Sardegna terra selvaggia, così piace ai turisti. Ma con qualche problema nei confronti di coloro che in prima persona contribuiscono a renderla tale: gli animali selvatici. Questioni spesso reali, come nel caso dei cinghiali che in alcune zone sono davvero diventati una calamità; a volte valutate in maniera esagerata e discutibile, tanto da far divenire di carattere regionale un tema che riguarda solo poche sparute aree. Se da una parte occorre tenere ben presenti i danni che il mondo delle campagne lamenta e agire nella maniera adeguata a livello istituzionale, d’altronde non si può ragionare solo in termini di economia e trasformare in nemici esseri che hanno la sola colpa di esistere. E che spesso divengono un problema per colpa degli errori dell’uomo. Così sul tavolo degli imputati finiscono in tanti: i cinghiali, spesso incroci con maiali, che oltre a devastare le coltivazioni alla ricerca di radici distruggono l’habitat di altre specie (nidi di uccelli, pulcini) e sono anche un pericolo per gli automobilisti. E le cornacchie, che in alcune aree come il Sinis hanno fatto danni nei campi di meloni (22mila quintali persi all’anno) e angurie (12mila), tanto che il 19 giugno scorso il Comitato faunistico regionale ha dato l’okay all’abbattimento di 18.900 esemplari l’anno. Nel 2014 l'Unione cacciatori Sardegna come incentivo regalava 25 cartucce a chi abbattesse 5 volatili. Non solo, a provocare proteste ci sono anche i gabbiani, gli storni, le nutrie, i piccioni. Ma anche animali che non ti aspetti, come i daini (specie a Porto Conte). E i cervi, anch’essi responsabili di danni alle coltivazioni: sono stati reintrodotti ad Arbus con tale successo che pochi giorni fa cinque sono stati regalati alla Corsica per il ripopolamento col progetto Life+Nature. E addirittura fenicotteri e delfini, simboli della natura incontaminata: i primi sono accusati di “fresare” le risaie, i secondi di razziare il pescato e rovinare le reti. Quasi sempre non si pensa di risolvere alla base il problema eliminando le cause che l’hanno prodotto, ripristinando le condizioni originarie dei luoghi né a metodi incruenti (catture, spostamenti, dissuasori). Ma la soluzione non può e non deve essere solo la doppietta. Anche in una terra selvaggia come questa.
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