La Nuova Sardegna

I centri dell’interno si spopolano: è fuga dei nonnini dalla Sardegna

di Luca Rojch
I centri dell’interno si spopolano: è fuga dei nonnini dalla Sardegna

In molti paesi l’emigrazione giovanile rischia di venire superata da quella dei pensionati. L’aumento del costo della vita li spinge lontano dall’isola, in Paesi dove il loro assegno pesa di più

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SASSARI. Hanno i capelli d’argento e il portafoglio leggero. Sono i nuovi emigrati, quelli che nessuno si aspetta. I paesi dell’interno dell’isola continuano la loro inesorabile corsa verso l’invisibilità. Destinati a diventare centri fantasma, un tempo si diceva abitati solo da anziani. Ma ora anche questa sembra una cosa del tutto imprecisa. Perché i nonnini dell’isola vanno via dalla Sardegna.

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Nonnini in fuga. Meglio dei loro nipoti negli anni Cinquanta gli anziani vanno via. Un po’ per scelta, un po’ per necessità. Emigrano a 70 anni verso paesi low cost. Economie ancora in ascesa, o già precipitate, in cui le loro pensioni valgono qualcosa. Le terre promesse diventano la Bulgaria, la Romania e per i più arditi le Canarie. Paesi in cui con mille euro si respira di nuovo la vita da classe media. In Italia con una simile cifra si fatica a scollinare la terza settimana, ma se ci si accontenta di vivere in una città di media grandezza dei paesi dell'Est si sopravvive da nababbi, o quasi. E pazienza se le temperature da inverno artico non danno troppo il senso di un paese accogliente. Né se il mare è a centinaia di chilometri di distanza, le strade sono tratturi e le auto catorci. La terra promessa è là.

Camini vuoti. Per anni l’allarme sullo spopolamento delle zone interne è sempre stato legato a doppio filo alla fuga dei giovani. Antropologi, demografi e politici hanno portato avanti teorie sociali. Lo zeitgeist spingeva senza incertezza i giovani verso le coste e le grandi città. La catastrofe antropologica sembrava inevitabile. Senza servizi, senza lavoro, senza futuro i ragazzi sarebbero scappati. Ma nessuno aveva ipotizzato la variabile impazzita. Il nemico è diventato lo Stato e le pensioni sempre più leggere. Così in tanti sono scivolati dal sofà della classe media al selciato della povertà. Impossibile resistere con pochi spiccioli in paesi sempre più isolati e con costi di sopravvivenza sempre più alti. L’amore per la terra in cui si è cresciuti lascia il posto a una più realistica fuga verso nazioni straniere. A stramarsi è stato il tessuto sociale, quello vicinale. Una sorta di mutuo soccorso venuto meno. Con i pensionati scompaiono la memoria storica, la conoscenza e l’identità di un luogo. Quest’ultima fuga, silenziosa e mai presa in considerazione, è un acceleratore della smaterializzazione della Sardegna centrale. I piccoli paesi diventano sempre più vuoti. E se in passato c’era l’allarme per le culle vuote ora c’è un realistico panico davanti all’assenza di anziani.

Il piano inclinato. Un trend che sembra inarrestabile. Esiste a livello nazionale, ma vede i sardi protagonisti. Negli ultimi anni sono andati via dall’Italia 5mila pensionati, di questi mille erano sardi. Una percentuale mostruosa se si fa la proporzione con la popolazione. E per i centri dell’interno sembra materializzarsi una nuova catastrofe antropologica. Come una candela che brucia dai due lati non sono solo i giovani a scappare dai centri dell’isola, ma anche gli anziani, quelli che un tempo erano le colonne della società. I custodi dell’identità collettiva.

Il tam tam. La fuga è diventata inarrestabile. Tanto che anche su Facebook è nato l’immancabile gruppo con le istruzioni per l’uso. In realtà ce ne sono diversi. E danno consigli utili per chi si vuole trasferire. Spiegano anche quali sono i costi e i benefici di una nuova vita lontano dalla Sardegna.

Il falso mito. Ma nessuno pensi che in tutti i paesi dell’Est si viva con pochi spiccioli. Se i paesi di provincia, molto arretrati, sono convenienti, le capitali e i grandi centri hanno costi europei. A Sofia per riscaldare una casa in modo adeguato servono 400 euro al mese. È vero, il costo della vita è più basso, ma nessuno si immagini differenze tanto grandi. Un litro di benzina costa 1.30 euro, un chilo di pane 50 centesimi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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