Oltre il testo, la letteratura guarda alla vita
«Un pensiero inventato da chi lo pratica» Berardinelli contro gli specialismi accademici
di Alfonso Berardinelli
Semplificando molto e per favorire una possibile discussione, vorrei indugiare su alcuni concetti o presupposti elementari dell’attività critica, mettendo in evidenza constatazioni di senso comune e ruotando intorno all’idea che la critica è un’invenzione sia individuale che generazionale e quindi, come ogni invenzione, richiede qualcuno che la inventi, in un preciso dove e quando, per certi scopi, con certi mezzi e in circostanze determinate.
Tradizione e storia. Credo fermamente che la critica sia un genere letterario, il genere del pensiero analitico, interpretativo e valutativo applicato a testi e opere. Applicato alla letteratura, ma anche ispirato dalla letteratura. Il critico è sempre, inevitabilmente, per vocazione, un filosofo o scienziato della letteratura, uno storiografo e un commentatore di testi. Il tipo di strumenti conoscitivi che usa derivano da una storia cumulativa e progressiva del sapere, nel corso della quale si procede, come in ogni scienza, per superamenti e miglioramenti. Ma il critico è anche un tipo particolare di scrittore. L’attività critica elabora un sapere producendo testi scritti: saggi di studio, saggi di discussione e intervento, saggi storiografici.
Montaigne e Kierkegaard. Ho usato qui il termine «saggio» in senso lato e generico. Se si considera invece la critica come genere letterario, il termine «saggio» va usato in un senso più preciso: si tratta di una forma piuttosto mobile, idiosincratica, mista e circostanziale, in cui la riflessione e il pensiero evitano le costruzioni sistematiche e trattatistiche, per svilupparsi su base più o meno apertamente autobiografica. I due autori classici che di solito preferisco evocare per proporre in breve un’idea di che cos’è il saggio (in particolare il saggio moderno) sono Montaigne e Kierkegaard, due analisti dell’io, della vita quotidiana, dell’esistenza singola. Due filosofi che non nascondono, anzi esibiscono il proprio volto e la singolarità del proprio punto di vista, nel quale filosofia e diario giocano sia a contraddirsi che a incrementarsi reciprocamente.
Filosofia autobiografica. Data la specificità della forma-saggio, anche il saggio di critica letteraria avrà, in senso stretto, caratteristiche analoghe. Essendo filosofia della vita, filosofia autobiografica, la saggistica che si dedica a opere ed esperienze letterarie si muoverà «tra il libro e la vita». Questa formula è di Giovanni Macchia. Ha però un precedente anche più esplicito nel saggio di Giacomo Debenedetti Critica ed autobiografia, uscito sul «Baretti» nel 1927: un testo di precocissima autoidentificazione, in cui Debenedetti esce dal sistema e dal metodo di Benedetto Croce per prendere una strada opposta. La critica, dunque, come alternativa all’estetica: non un discorso di teoria generale dell’arte, come è o dovrebbe essere in essenza, quanto invece un’esperie. nza di lettura vissuta e descritta, nella quale autori e libri non sono sussunti da un’idea di letteratura, ma la fondano o la ridefiniscono.
Passaggio generazionale. Nella «Prefazione 1949» alla prima serie (1929) dei suoi «Saggi critici» Debenedetti torna sul suo tema e sceglie un titolo come «Probabile autobiografia di una generazione». Qui, benché cautamente «probabile », l’esame autobiografico del critico non è solo individuale, diventa generazionale. Lo scritto si apre con un dialogo o duello dialettico fra il professore e il critico. Il professore esordisce così, trattando il critico da narciso e da adolescente fuori tempo e fuori luogo: «Giovanotto, scusi se la chiamo così, è un’abitudine di mestiere. Si metta gli occhiali, quando si guarda allo specchio: Narciso ha fatto i capelli bianchi. È arrivato anche per lei il tempo in cui gli uomini assennati cominciano a conciliarsi con la morte. Se è leale con se stesso, deve confessare di trovarsi ancora ingarbugliato nel variopinto arruffio e nelle inconsulte mire dell’adolescenza».
Due possibili scelte. Il professore accusa di scarsa serietà e di immaturità il critico. Il quale, concludendo fra sé e sé, ammette che lui e la sua generazione hanno vissuto una particolare circostanza: «Hanno avuto davanti a sé, come scrittori di critica, due scelte: o sacrificare a un’agevole comunicativa cioè ammorbidirsi in un mestiere, in un servizievole giornalismo dell’intelligenza in corsivo; oppure sacrificare a una dura intelligenza, a costo di rimaner soli, di perdere la carta di identità».
Critici scrittori. In queste parole va notata l’espressione «scrittori di critica» che di passaggio, quasi con noncuranza e come un’ovvietà, assegna l’attività critica alla letteratura definendo «scrittore» il critico. Compare poi il conflitto, anzi l’alternativa, il bivio che separa la strada del «mestiere» in cui ci si «ammorbidisce» scendendo a compromesso ed entrando nella routine, e la strada della «dura intelligenza»: dura perché non «servizievole», seguendo la quale si diventa o si resta insocievoli, ci si aliena dalle abitudini sociali, si esce dal ruolo e dalla identità professionistica. È questo infatti il rischio insito nella letteratura moderna, anarchica o orfana o parricida, fuori legge, non facilmente riconoscibile e non identificabile dal pubblico come una solida istituzione.
Tra Freud e Marx. È vero che Debenedetti ha voluto rendere socialmente spiegabili, se non accettabili, le lacerazioni che la letteratura moderna rivela smascherando i modi della socializzazione borghese. Freud e più tardi la sociologia di Marx gli serviranno a questo: a rivelare più che a curare. «Illuminista dell’irrazionale» in compagnia di padri-fratelli maggiori come Proust e Saba, Svevo e Pirandello, il critico Debenedetti non applicava alla letteratura un preordinato, preconcepito sapere analitico, mettendosi professionalmente, scientificamente al riparo dai rischi di anomia. Non evitava né voleva neutralizzare la contaminazione che la letteratura può trasmettere alla critica. Al contrario, praticava la critica come letteratura, come un sapere e un pensiero ispirati alla letteratura, consanguinei della letteratura.
Confessione indiretta. Il rapporto critica-autobiografia comporta che il critico parli di se stesso, sondi e saggi se stesso mentre legge certi testi letterari: non qualunque testo letterario, ma precisamente quelli che lo porteranno alla coscienza di sé, all’autorivelazione e alla rivelazione della società in cui vive. Lo stile di Debenedetti è tale da fargli preferire la confessione indiretta. L’autobiografia del critico, come quella di un attore o di un regista, viene proiettata nella scelta del dramma, della commedia, dei personaggi entrando nei quali si percorre la strada della coscienza di sé, della vita e del mondo attuale. Più oggettivata che confessionale, più mediata che direttamente esibita, l’autobiografia del critico è il suo fondamentale strumento di conoscenza delle opere letterarie e degli autori, usati a loro volta come mezzi di conoscenza. L’autobiografia del critico è interpretazione narrante, o narrazione interpretativa o «racconto critico» che narra secondo una diversa trama di concetti e di metafore ciò che la letteratura ha narrato.
Gioco ambivalente. Qui nasce l’appassionante e ambivalente gioco dell’attività critica come parafrasi interpretativa di ciò che è stato scritto da altri. Il romanziere e il poeta rivelano qualcosa: ma il critico trova che la loro rivelazione è una trama sotto la quale se ne nasconde un’altra. Ogni artefatto letterario è una maschera e come ogni maschera rivela qualcosa e nasconde qualcos’altro. Scrittore e critico si spiegano a vicenda, in collaborazione e in competizione.
©2015, DONZELLI EDITORE, ROMA
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