La Nuova Sardegna

Zalone, il mistero di un grande comico

“Quo vado?”, un attore eccellente in un film mediocre

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di Alessandro Cadoni

Parto da qualche numero: e mi si perdoni una certa approssimazione nelle stime. «Quo vado» ha incassato 26 milioni di euro in quattro giorni: cifra in continua crescita, destinata con tutta probabilità a fare del nuovo film di Checco Zalone il maggior successo commerciale nella storia del cinema italiano, superando così il suo precedente «Sole a catinelle», visto in sala da circa otto milioni di persone, per un guadagno di 52 milioni. Penso a questi numeri e me ne vengono in mente altri, che ho letto chissà dove e che cerco di ritrovare. Mi fermo su un biennio, tra il 1971 e il ’72, e su tre titoli: «Il Decameron» di Pier Paolo Pasolini, «Ultimo tango a Parigi» di Bernardo Bertolucci e «Continuavano a chiamarlo Trinità» diretto da Enzo barboni.

. Come gli spaghetti. Pare sia quest’ultimo, supremo sfruttamento del filone comico del western-spaghetti e séguito di un altro celebre film col duo Spencer-Hill, il film italiano più visto in sala di tutti i tempi, con quasi quindici milioni di biglietti venduti: seguito di una manciata proprio dall’intellettualissima pellicola (o macelleria erotica, dipende da che parte si sta) con Marlon Brando e Maria Schneider. Un bel po’ più in basso sta il “vitalissimo” «Decameron» coi suoi dieci milioni e, in mezzo, tanti altri titoli, come «Marcellino pane e vino», la trilogia di Leone, «La dolce vita» e così via.

Cassetta e clamore. Dove voglio arrivare? Non certo a ridimensionare il successo di Checco Zalone, presente ma per il momento ancora in basso in quella classifica elitaria, destinato magari a riscriverla; ma semplicemente a metterlo nella giusta prospettiva per tentare di capire il perché di tanto chiasso attorno a questo film. Questa, forse, è la prima ragione. Ogni film di cassetta si costruisce sul clamore. E pensiamoci: «Quo vado?» è stato lanciato con 1500 copie distribuite (su meno di 4000 sale), dal primo giorno, in tutta Italia: il doppio, per intenderci, del nuovo «Star Wars», a ruota negli incassi vacanzieri. Una strategia piuttosto aggressiva, diciamo semimonopolistica, di Medusa. Ma se tutti, alla fine, lo vanno a vedere, il merito sarà anche dell’attore. Ho una mia idea su questo e sugli altri film di Zalone: opere piuttosto modeste anche se ben prodotte, politicamente scorrette e corrette con finale felice o edificante, di ritorno all’ordine. Eppure son convinto che Zalone sia un comico di razza: l’unico, in un’affollata truppa televisiva, assieme al diversissimo Antonio Albanese.

Urbi et orbi. Ecco, ho praticamente terminato le cose da dire su «Quo vado?». E ora inizia il difficile: indagare gli altri motivi che hanno suscitato il clamore sul film. Tutti lo hanno visto: e allora perché gli eletti che vantano milioni di seguaci dovrebbero negare urbi et orbi un’opinione su #zalone? Meno male, altrimenti non avremmo saputo che Gasparri, da fine critico della cultura qual è, pensa che sia un film antirenziano, mentre lo stesso Renzi ne approfitta per regalare una delle sue deliziose formule, dicendo che è un film che mette in ridicolo i «professionisti del radical chic». Sì, quelli: evidentemente appartenenti alla macrocategoria ossessiva dei rapaci notturni. E per fortuna alla fine spunta Travaglio a spiegare come i suddetti, e tanti altri, siano cretini che si affannano ad arruolare il Checco nazionale: e forse su questo ha ragione, anche se non ci voleva il suo umorismo pedante per arrivarci. Sbaglia invece quando scrive che il film «va semplicemente visto e applaudito per i meccanismi comici perfetti e per la leggerezza di fondo che lo sostiene».

Storia scivolosa. E no: questo film dimenticabile e questo attore indimenticabile sono al servizio d’una storia scritta in modo tale da far presa, immediata e scivolosa, su certe urgenze: precarietà lavorativa o sentimentale, mammismo e maschilismo italici, riforme-barzelletta ecc. L’esca dorata prende all’amo gli operai del passaparola.

Qualità mimetiche. Resta perciò doveroso interrogarsi a fondo su un simile fenomeno, specie considerato che è l’unico, da molti anni a questa parte, di dimensioni così spropositate, nella crisi conclamata del cinema (almeno quello in sala). Si sa: la commedia, è sempre stata un modo di leggere in controluce la società, anche al cinema, dove è peraltro oggetto puntuale di strali critici e rivalutazioni fuori tempo massimo o smaccatamente provocatorie: forse perché in possesso di qualità mimetiche dei caratteri prima ancora che degli individui. Ma allora perché accontentarsi di prendere «Quo vado?» soltanto per quei novanta minuti di leggerezza? O per la sua capacità di levare di torno la paura, almeno per un paio d’ore? Quest’ultima è l’idea di fondo di Massimiliano Panarari: e se un critico laureato dell’industria culturale la mette così, allora è davvero il caso di farsi qualche domanda.

Evasione forzosa. Ma c’è un’ultima questione che mi preme davvero. Che bisogno c’è di evadere per due ore in una vita in cui il tempo libero è già forzosa evasione (e a poco vale la giusta osservazione che Zalone è evasione leggera, tutt’altro che volgare)? E questo film è davvero questo – pura evasione – o c’è qualcos’altro? Una domanda alla quale, per ora, non oso provare a rispondere.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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