La Nuova Sardegna

Freud e il nazismo, le radici del male

di Roberta Sanna

A Cagliari e Sassari “Il visitatore” di Éric-Emmanuel Schmitt

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CAGLIARI. Con le domande sull’esistenza di Dio, sul senso della vita e della natura dell’uomo proposte da «Il visitatore» di Éric-Emmanuel Schmitt, riprendono a Cagliari, con repliche al Massimo sino a domenica, e lunedì al Comunale di Sassari, le stagioni di prosa del Cedac.

Ottimamente interpretata da Alessandro Haber nei panni di Sigmund Freud e da Alessio Boni in quelle del misterioso e forse metafisico visitatore, la commedia del drammaturgo franco-belga mette in atto, con la regia di Valerio Binasco, l’abile meccanismo drammaturgico che valse al suo autore il Premio Molière nel 1993. Ovvero rendere credibile e coinvolgente per il pubblico teatrale un dialogo sui massimi sistemi mantenendo i toni da commedia.

Il contesto forte messo in campo da Schmitt è lo studio di Freud a Vienna, nell’Austria del 1938 subito dopo l’annessione al Terzo Reich. Durante un controllo della Gestapo, un maldestro tenente (Alessandro Tedeschi) di fronte alla viva reazione della figlia dell’ormai anziano e malato professore, la conduce con sé per un interrogatorio. Freud si trova dunque nell’ansiosa attesa del ritorno di Anna (l’efficace Nicoletta Robello Bracciforti), tormentato dall’ansia, dal dubbio se cogliere la possibilità di fuggire all’estero e dal tumore che appena un anno dopo ne causerà la morte a Londra.

È in questa fragile condizione che riceve l’inaspettato visitatore del titolo, il quale pian piano lascerà intendere di essere Dio. Davanti all’incredulità di Freud, notoriamente ateo, il visitatore sarà capace di instillare il dubbio intavolando un appassionato dialogo sostenuto con forza da entrambe le parti, e che avrà un momento culminante nell’abbraccio tra i due protagonisti inginocchiati l’uno di fronte all’altro.

Se Freud sostiene il tradimento delle promesse, come il dono del pensiero che non potrà mai possedere tutta la conoscenza, l’impossibilità della pace e la stessa condizione mortale degli esseri umani, fino al perché stia rendendo possibile la tragedia del nazismo, il suo interlocutore argomenta le questioni del libero arbitrio e della creazione per amore. Il dialogo, interrotto da altre visite dell’avido tenente, si sostiene sulla solidità delle argomentazioni trattate, nonché sul dubbio e sulla possibilità – è già questo è il primo risultato cercato dall’autore. Ma sino alla fine, col ritorno di Anna e la decisione di lasciare Vienna, grazie all’abilità drammaturgica di Schmitt, per gli spettatori restano in piedi tutte le ipotesi sul visitatore, che nemmeno un colpo di pistola in chiusura chiarirà. Che si tratti di Dio o di un intelligente impostore, forse fuggito da un manicomio, o, ancora, che sia tutto un sogno, una sorta di allucinazione, di un dialogo tra lo scienziato e il proprio inconscio, è in ogni caso l’autore a vincere la sua scommessa di portare in scena un dialogo sui massimi sistemi, che il pubblico segue con interesse e gradevolezza, tributando alla compagnia applausi scroscianti e ripetuti.

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