La Nuova Sardegna

«Scampato alla morte a Bergen Belsen per due chili in più»

di VITTORIO PALMAS

La testimonianza del pastore sardo Vittorio Palmas Sopravvissuto all’inferno ha compiuto 102 anni a dicembre

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di VITTORIO PALMAS

Non avrei mai pensato di poter raccontare settant'anni di matrimonio dopo la prigionia e gli orrori del lager. Invece sono davanti al caminetto, nella casa di Foghesu, a mano presa con mia moglie Peppina che di anni ne ha 97. Io gliene vinco cinque, ho compiuto 102 lo scorso 12 dicembre. Siamo una coppia felice con figlie e nipoti. Vengono i bambini delle scuole e mi chiedono di raccontare la guerra. Il telefono squilla per gli auguri. Mi ha chiamato anche Daniele, mio nipote di 32 anni, figlio di Delia, lui lavora a Roma, fa il capo in un giornale che si chiama Internazionale. E ho sempre vicina mia nipote Silvia, militare dell'Esercito nella Brigata Sassari. Settant'anni fa ci eravamo sposati nella chiesa di San Pietro, bella, a tre navate. Prete don Federico Mura nato a Ussassai. Era il 12 gennaio 1946. Usciti dalla chiesa siamo stati salutati dagli applausi della gente e dalle voci bianche dei bambini che urlavano viva gli sposi. Il giorno dopo siamo andati insieme all'orto a zappare le fave.

Dopo tre anni di servo sono chiamato alle armi il 2 aprile 1935 col foglio di matricola 37053 vado al 57.mo Reggimento di Vicenza. Poi gli anni neri della guerra. Ero rientrato dalla Germania il 18 agosto 1945, magro come un chiodo, una mia zia mi aveva detto “sei un morto che cammina”. Venivo dai campi di prigionia. Una volta ci avevano trasferito nel campo di concentramento di Bergen Belsen, quello – ma l'ho saputo dopo tanti anni – dove era stata rinchiusa Anna Frank, quella del famoso diario. Di ebree, anche di ebree bambine, ne avevo visto tante, ci passavano davanti, con la testa rasata, spesso anche nude, magre come canne di fiume, trasferite da un capannone all'altro talvolta accompagnate dalle mamme che piangevano. Andavano e venivano ebrei, zingari, omosessuali, un mondo di disperati ai quali avevano negato la dignità. Per loro c'era la camera a gas. I tedeschi toglievano la vita a chi pesava meno di 35 chili, agli ebrei ma anche ai normali prigionieri come ero io. Me la sono scampata perché una mattina la bilancia aveva segnato 37 e così per due chili ho salvato la vita. Dopo tanti anni ho capito quale tragedie mi erano passate sotto gli occhi. Con i miei compagni capivamo di essere all'inferno ma non ci rendevamo conto che era l'inferno di tutto il mondo.

Prima ero quasi sempre in Veneto. A fare marcette, pulire moschetti 91, andare nelle città dove parlava Mussolini a riempire le piazze e urlare alalà. Uno dei ricordi più tragici è legato alla Croazia. Eravamo a Benkovac. I ribelli slavi erano feroci, facevano saltare in aria gli acquedotti. Avevano stordito l'autista di un nostro camion con un colpo di bastone, lo avevano derubato di lenzuola, cinture, munizioni e tante scarpe. Un giorno – stava piovendo forte - fanno prigionieri sette italiani che stavano cercando di ribellarsi. Processati in quattro e quattr'otto li condannano a morte. Con i miei occhi avevo visto il prete che andava in mezzo al campo con i pali. C'era il plotone di esecuzione. Prendono questi ragazzi, li portano davanti ai pali, li legano forte con le funi e se ne vanno. Li ho visti uccidere tutti e sette, colpiti a morte sono scivolati e rimasti ancora attaccati ai pali come inginocchiati. Arriva un camion, li sbattono su un cassone come sacchi di patate. E portati via per la fossa comune. E noi muti, senza sangue.

Da Benkovac ci spediscono a Dubrovnik, sul mare, case bianche ma in guerra il bello non lo vedi, non vedi bello neanche il mare azzurro. Andavamo in un paese vicino che mi sembra si chiamasse Mucici. Dovevamo vigilare gli accampamenti e sempre pronti a respingere gli attacchi. Venivano a trovarci ragazze slave, alcune parlavano italiano. “Date rancio, date pane, zucchero, caffè”. Un nostro capo ne aveva approfittato, si era divertito. “Ti do zucchero, tu dammi sesso”.

Arriva l'8 settembre. Sbandamento generale nella guerra del vai e torna, sempre senza meta. Il 12 settembre – che al mio paese è il giorno della festa grande – partiamo per Fiume e Trieste, 95 chilometri a piedi, guadiamo due fiumi, dormire “all'albergo della luna” aveva detto un sergente pugliese. Il 19 siamo a Innsbruck. Ci prendono i tedeschi e io finisco prima a Berlino, poi a Sachsensahusen, Oranienburg. Lavoravamo come schiavi per i colossi dell'industria tedesca, Aeg, Siemens, Daw. E ogni tanto nei campi di concentramento dove si costruivano fosse e forni. In questo inferno finisco a Bergen Belsen dove, come vi ho detto, mi salvo per due chili.

Mi chiamo Palmas Vittorio, figlio di fu Antonio e di fu Lai Maria, nato a Perdasdefogu il 16 dicembre del 1913, nella carta d'identità c'è scritto “titolo di studio: analfabeta”. Ho imparato a leggere e scrivere da soldato, tra fucili e carabine, tra forni e filo spinato, anche assistendo un vecchio saldatore tedesco dal quale avevo imparato a chiamare il pane das Brot, il sole die Sonne, la luna der Mond, la guerra das Krieg, la moglie die Frau . E oggi, con mia moglie Peppina, faccio settant'anni di matrimonio.

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