Gli antichi riti della tradizione e la vita quotidiana
Un fotografo dietro le quinte della festa. Mamoiada, un paese immerso tutto l’anno nell’aura del mito
di Salvatore Ligios
Già negli anni Ottanta, insieme al fotografo Mario Arca, avevo avuto l’opportunità di documentare il carnevale di Mamoiada e le sue maschere, lavoro in parte poi pubblicato nel volume “Il selvatico nelle tradizioni sarde” curato dall’antropologo Mario Atzori per i tipi della Soter editrice. Diversi anni dopo, sollecitato dai responsabili del Museo delle Maschere Mediterranee di Mamoiada ho ripreso a fotografare il carnevale mamoiadino selezionando scatti che sarebbero confluiti all’interno di un progetto editoriale sviluppato dal museo e dove erano coinvolti, uno per anno, diversi fotografi italiani: Pablo Volta, Franco Pinna, il romagnolo Luca Nostri, l’orgolese Giovanni Congiu, il romano Massimo Mastrorillo, i giovani sardi Paolo Marchi e Simone Carta. Nel frattempo tra la prima e la seconda campagna fotografica l’antropologia visuale, da me praticata per oltre un ventennio, non attirava più la mia fantasia di esploratore culturale perché nell’isola la tradizione stava velocemente modificando il suo valore simbolico e magico verso una “riconversione” da vendere ai turisti avidi di consumare i miti della Sardegna. L’adesione al progetto del museo non avrebbe pertanto percorso obiettivi commerciali.
Molti i dubbi e gli interrogativi su cosa valeva mettere a fuoco del mondo dei Mamuthones e degli Issohadores confluiti in pratica in un’indagine fotografica della tradizione locale attraverso i segni della quotidianità. Era allora – e lo stesso interrogativo vale oggi – ancora possibile raccontare la maschera di un archetipo da sempre sotto i riflettori degli studiosi, dei fotografi, dei turisti, dei mamoiadini, senza cadere nel déjà vu o nel folklorico buono per fare colore? Può il mito convivere nel quotidiano senza perdere la maschera? La comunità si riconoscerà? La tradizione rimarrà integra? Per trovare qualche risposta ho provato a lavorare dietro le quinte della festa, dentro le case e nei luoghi che all’apparenza non sono coinvolti nella celebrazione del rito carnevalesco. Ho bussato a molte porte e sono stato ospitato in tante case, coinvolgendo anche la popolazione di Mamoiada che mi ha accolto di buon grado. Conversando e osservando le cucine dove si preparavano i dolci, curiosando nelle camere da letto dei bambini, cercando quali segni il destino manda fin dalla nascita ad ogni figlio maschio che vede la luce in questa comunità, e quale ruolo la sorte gli assegnerà: mamuthone o issohadore? Oppure registrare i giochi delle ragazzine che dalla festa sono escluse, non essendo previsti ruoli femminili.
Uno sguardo in definitiva che aiutasse a stemperare il momento culminante del rito della maschera e della processione lugubre e cadenzata per suggerire, in aggiunta al momento spettacolare e pubblico della festa, quale fascino o quale tormento anima la vita quotidiana di una comunità che in questa aura di mito ci convive tutto l’anno.
A qualcuno queste attenzioni laterali potrebbero apparire come una banalizzazione della tradizione. In realtà, indagando sui labili confini del continuo confronto-scontro tra quotidianità e mitologia della tradizione, ho cercato di rispettare il grande valore di questa reliquia a tutt’oggi misteriosa proveniente dall’antica cultura popolare della Sardegna e ancora presente nel paese di Mamoiada.
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