La Nuova Sardegna

«Geniale e autodistruttivo, Syd Barrett non è riuscito a sopravvivere al suo talento»

di Fabio Canessa
«Geniale e autodistruttivo, Syd Barrett non è riuscito a sopravvivere al suo talento»

Esce “Wish you were here”, graphic novel sul fondatore dei Pink Floyd L’autore Deninotti: «Un personaggio che in un fumetto diventa più affascinante»

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SASSARI. Estate del 1967. Esce l'album “The Piper at the Gates of Dawn”, il primo di un gruppo destinato a segnare la storia della musica: i Pink Floyd. Il disco porta la firma di Syd Barrett che soltanto pochi mesi dopo sarà sostituito da David Gilmour. «Niente sarebbe successo senza di lui, ma, ugualmente, niente sarebbe potuto continuare con lui nel gruppo a causa dei suoi problemi» dirà il bassista Roger Waters a proposito di Barrett che proprio mentre la band spicca il volo perde la testa. Vittima di un crollo psicologico e dell'abuso di droghe diventa totalmente inaffidabile e si allontana dagli amici cominciando una discesa negli abissi, diventando sempre più prigioniero dei suoi demoni. La sua storia è raccontata nella graphic novel “Wish You Were Here. Syd Barrett e i Pink Floyd”, ideata e scritta da Danilo Deninotti (i disegni sono di Luca Lenci) pubblicata di recente da Edizioni BD. Per lo sceneggiatore, piemontese, classe 1980, è il secondo fumetto su una leggenda della musica dopo “Kurt Cobain. Quando ero un alieno” dedicato al leader dei Nirvana.

Deninotti, cosa può dare di diverso al lettore una biografia a fumetti rispetto a un normale saggio biografico?

«Come mezzo, come linguaggio dà secondo me la possibilità di avere più piani di lettura e di fascinazione. In una biografia scritta, leggi la cronaca. Un fumetto ti può dare di più, trasmettere delle particolari sensazioni non soltanto raccontando con le parole ma lavorando con le immagini, con la costruzione delle tavole e il montaggio delle vignette».

Perché Syd Barrett?

«Il fumetto che avevo fatto su Cobain parlava di rapporti, legami, ricerca di persone simili a se stessi. Volevo continuare a parlare di questo tema però con un segno diciamo opposto, di assenza, di mancanza. Da un lato avevo in testa questa idea, dall'altro volevo continuare a vedere cosa poteva succedere dopo il successo perché la storia sul leader dei Nirvana si fermava prima, esattamente all'inizio del successo. Questo ragionamento mi ha portato a scegliere Syd Barrett. Mi è sempre piaciuto come personaggio e ovviamente come milioni di persone ho ascoltato i Pink Floyd».

Ma che posto hanno i Pink Floyd nella sua passione musicale?

«Sicuramente un posto importante. Devo però dire che sono arrivati tardi, non nell'adolescenza. Intorno ai vent'anni. Non so perché prima non li avessi mai ascoltati. Forse erano più complessi e come per tanti è stato un punto di approdo nella ricerca musicale che segna ogni appassionato. Quando vai avanti con gli anni, più ascolti la musica, più senti il bisogno di ricercare qualcosa di maggiormente stratificato. Quindi forse si può dire che i Pink Floyd sono stati per me il primo ascolto un po' più complesso. Come costruzione del pezzo, della musica, di idea dell'album».

A partire da quel primo album della band segnato profondamente dalla genialità di Barrett.

«Non è il primo che ho ascoltato, ma è il mio preferito. Tutti i brani hanno dentro più cose, come se più avanti senza Barrett si sia perso qualcosa. Certo parliamo di dischi spesso bellissimi, ma prima, con lui, c'erano più idee, intuizioni in ogni canzone».

È un po' questo il grande lascito artistico di Syd Barrett?

«Sì, quell'estrema libertà di idee. Arrivava a determinate intuizioni in maniera veramente naturale, cose che potevano sembrare una follia ma che in realtà poi funzionavano molto bene. Anche gli album che poi ha fatto da solista, scritti in pochissimo tempo. Dentro hanno cose che senti attuali ancora adesso nella musica lo-fi o in certo folk alternativo, ma lui le ha fatte molto prima».

Un talento però autodistruttivo. Ripensando al fumetto su Cobain, sembra questo il filo conduttore delle storie che ha deciso di raccontare a fumetti.

«Mi interessa molto indagare come artisti del genere riescano a tracciare nuovi confini grazie alle loro capacità, a quello stesso talento che però li porta ad autodistruggersi. Come un serpente che si morde la coda, sembrano condannati all'impossibilità di sopravvivere a un talento eccezionale».

Anche in questo fumetto avete scelto la bicromia.

«In quello su Cobain avevamo puntato, per accompagnare il nero, sulla tonalità azzurra. In questo la scelta del rosa è stata naturale pensando ai Pink Floyd. Ma ha importanza anche per ragioni narrative, contribuisce a dare un senso psichedelico, di malessere».

Come ha lavorato con il disegnatore?

«Luca Lenci è stato bravissimo. Io ho proposto la storia, ho lavorato al soggetto, e quando era tutto pronto siamo andati alla ricerca del disegnatore migliore. Abbiamo fatto fare delle prove a diversi disegnatori e lui ci ha convinto più di tutti. È giovane, nato nel 1989, ma ha già maturato esperienze e ha una grande capacità di rendere determinate inquadrature, di lavorare molto nei dettagli. Dalle prove ho capito subito che mi sarei potuto sbizzarrire nelle varie scelte con un disegnatore del genere».

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