La Nuova Sardegna

Il narcisismo del linguaggio che spegne il racconto

di Giuseppe Mussi
Il narcisismo del linguaggio che spegne il racconto

“Il brevetto del geco”, Scarpa sceglie la strada impervia del meta-romanzo Senso della scrittura letteraria, fede e possibili incarnazioni dell’amore

2 MINUTI DI LETTURA





È sorprendente rilevare quale esasperazione – linguistica, stilistica e più in generale dell'intero impianto narrativo – abbia sostenuto Tiziano Scarpa nella scrittura del suo ultimo lavoro, “Il brevetto del geco” (Einaudi, 321 pagine, 20 euro). Un'esasperazione necessaria, evidentemente, agli occhi dell’autore, per pubblicare quello che pare un pretenziosissimo romanzo universale, in cui a porsi in gioco sono nientemeno che il senso stesso della scrittura, l'idea della contemporaneità che abitiamo e, come ciò non bastasse, le possibili incarnazioni dell'amore e della fede (quando non addirittura il mistero dell'esistenza).

Eppure le vicende che legano i due protagonisti, Federico Morpio, artista in crisi di vocazione e riconoscimenti, e Adele Cassetti, impiegata presso un ufficio commerciale, altro non sarebbero che il semplice racconto di due vite alla ricerca di uno scopo; quello necessario a superare l’insostenibile horror vacui che la società contemporanea sembra ormai esibire orgogliosamente come proprio stemma araldico. Ne sono esempi paradigmatici gli ambienti di lavoro: l’arte performativa contemporanea, con la sua irrinunciabile corsa al superamento di ogni eccesso, e la nuova alienazione d'azienda, quella dell'ufficio “2.0”. E sono vicende raccontate con humour nerissimo, con alcuni brani di indubbia efficacia (Morpio alla festa di compleanno di Gina Fernenti oppure all'apericena con performance di un'invidiata e detestata collega), che devono arrendersi però alla spasmodica volontà di Scarpa di andare davvero troppo oltre.

Scopriamo, infatti, già nelle primissime pagine, di trovarci di fronte a una sorta di meta-romanzo: tale “L'interrotto”, che scrive da “Nessun luogo”, in data “Mai”, ha scelto Tiziano Scarpa come «tutore transbiografico» per raccontare la condizione della sua “non-nascita”, circostanza determinata dall’incrociarsi delle storie di Federico e Adele (al lettore lasceremo scoprire come ciò avvenga); non senza privarsi tuttavia di intervenire continuamente in prima persona, tra parentesi quadre, con tono pedante, retorico e para-filosofico.

Ma Scarpa, non pago, approda addirittura, con sconcertante sicumera, a una vera e propria ontologia del linguaggio, ribadita peraltro con frequenza desolante: le parole plasmano l'Universo, le parole creano, le parole forgiano questo romanzo. L'autore assiste, passivo e incantato, al miracolo. Resta solo da capire perché il narcisismo del linguaggio – insopportabile lo sfarzoso e sfolgorante lessico – somigli in modo così esatto a quello dello scrittore su cui il proprio spirito è disceso.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative