Il diario di Are e l’eredità di Lombardi
Alle stampe il memoriale del sassarese deportato a Mauthausen
SASSARI. Nella seconda metà del Novecento le vicende dei tanti italiani finiti, durante la guerra, nei campi di concentramento tedeschi non erano oggetto di particolare interesse; neppure quelle dei militari che, messi di fronte all’obbligo di scegliere, rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò. Tra i primi a rendersi conto che quelle esperienze potevano diventare lievito di una nuova convivenza fu Diego Are, docente e intellettuale di Santu Lussurgiu. A Roma, dove insegnava nel dopoguerra, fondò il movimento «Unione e Fraternità» attraverso il quale favoriva l’incontro tra persone di varia nazionalità che condividevano l’urgenza di ricercare «l’unione spirituale degli uomini e dei popoli». Quando veniva in Sardegna, poi, si preoccupava di leggere tra allievi, familiari e amici brani del diario che aveva scritto non solo per raccontare la sua vicenda, ma anche e soprattutto per afferrare il significato di quelle esperienze.
Quel suo diario uscì nel 1973, a Roma, col titolo «Nebbia e girasoli». Venticinque anni più tardi ebbe poi l’occasione di darne una seconda edizione, con l’editrice nuorese Insula; avrebbe voluto arricchirla con le testimonianze di altri compagni di prigionia, ma non trovò nessuno disposto a fornirgliele: tra i più dominava ancora l’inclinazione al silenzio. L’inversione di tendenza si è avuta finalmente con l’istituzione del Giorno della memoria, che ha preso l’avvio con una legge del 2000: l’esigenza di riportare alla luce quelle esperienze si è fatta finalmente largo: gli ex internati sono stati intervistati, portati nelle scuole, e anche alcuni tra quelli che avevano sempre taciuto hanno capito l’urgenza di trasmettere quella loro così pesante eredità. Per quelli che nel frattempo erano mancati qualche possibilità si è aperta soltanto se avevano lasciato qualche testimonianza scritta.
Tra i casi che si sono verificati di recente c’è quello del memoriale del sassarese Paolo Lombardi: lo aveva scritto nelle tappe del lungo e faticoso viaggio di ritorno in patria, tra il settembre 1945 e il dicembre 1946, e lo aveva poi ricopiato in alcuni altri quaderni da lasciare ai suoi. Ma poi per lui, forse proprio a causa delle sofferenze patite, la morte era arrivata presto, quando aveva 35 anni e si era appena formato una famiglia. Ma ora il figlio, che allora non aveva neppure due anni, ha riportato alla luce quelle carte e insieme al cugino Bruno ne ha fatto, unendo documenti, foto e altri scritti, il libro intitolato «Delinquenti e politici: ricordi d’un campo della morte» (Editrice Fagher, 12 euro). Per quanto fosse militare, per la precisione marinaio, egli era finito infatti in un campo destinato ai politici e ai delinquenti, quello di Mauthausen, uno dei peggiori. Per questo le sue pagine rispecchiano, più che le sue vicende personali, il quadro tremendo di sofferenze e crudeltà cui gli toccò di assistere: solo così, evidentemente, si sentiva testimone efficace di un mondo al negativo che desiderava non avesse mai più seguito.
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