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Motus: danza, musica, video Un canto per la liberazione

di Walter Porcedda

CAGLIARI. Maschile o femminile? Un po' l'uno e l'altro? L'apollineo e il dionisiaco – il primo rappresenta il sogno e il mondo delle arti, l'altro la festa e la perdita dei sensi – sono sentimenti ed...

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CAGLIARI. Maschile o femminile? Un po' l'uno e l'altro? L'apollineo e il dionisiaco – il primo rappresenta il sogno e il mondo delle arti, l'altro la festa e la perdita dei sensi – sono sentimenti ed energie contrastanti se non all'opposto: il loro equilibrio diede vita nell'antica Grecia alla tragedia attica – che Nieztche lesse in parallelo con lo sviluppo e la decadenza della società stessa (la greca e quella europea del suo tempo) – hanno trovato inedito campo di battaglia, confronto e sintesi in uno spettacolo totale, ad alta temperatura emozionale come “MDLSX” dei Motus, in scena fino a ieri al teatro Massimo per il cartellone di Sardegna Teatro.

Un allestimento che, come nello stile di questa compagnia di ricerca, approdata con successo proprio nei giorni scorsi anche a New York, utilizza diversi linguaggi espressivi, dalla danza alle immagini offrendo una sensibile lettura della nostra contemporaneità. Linguaggi che concorrono a costruire anche in questo caso, come recitano le note stesse dello spettacolo, un «inno lisergico e solitario alla libertà di divenire». Cioè un canto sulla ricerca dell'identità e l'affermazione liberatoria del proprio essere se stessi, dopo aver gettato via maschere e abiti imposti da una società bigotta e perbenista. Incapace di vedere e leggere (se non di criminalizzare) fenomeni come il gender o il transgender, individualità dal sesso incerto, anzi intersessuale, come mostra in scena una superlativa Silvia Calderoli nell'atto unico firmato dalla regia di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò.

E' un corpo a corpo attorale senza respiro, un viaggio al termine della notte sciorinato come una confessione senza veli, esplosiva come un coming out eppure delicato e tenero come un atto d'amore. “MDLSX” è anche un puzzle ben congegnato di diverse emozioni: dance e disco che alterna immagini e brani degli Smiths con quelli di Smashing Pumpkins, Cramps, Yeah Yeah Yeah, Rem e Talking Heads. Da una specie di oblò, in alto a sinistra della scena, emergono brandelli di un universo immaginario ed immaginifico tratto da vecchi super 8 e video con una ragazzina che canta in karaoke negli anni Ottanta («C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones»). Al centro è Silvia Calderoli, alias Cal o Calliope (ma anche abbrevazione di Calderoli): ora è dj e vj, ora mimo e danzatrice, capace di agire con conturbante sensibilità femminea eppure diventare dura e tranchant per evocazione e drammaticità. L'Italia degli anni Ottanta sfuma e confluisce a Middlesex, la città dove è ambientata la vicenda di Calliope, il personaggio al centro del libro di Jeffrey Eugenides, premio Pulitzer del 2003, ragazzo che a 14 anni scopre di essere ermafrodito. “MDLSX” la insegue passo passo nella fuga nel grande continente americano. Un viaggio che è una discesa negli inferi per ritrovare se stessa e riprendersi il proprio destino.

Silvia Calderoli smonta e rimonta pezzi di umanità veloce come Fregoli nel cambiare continuamente abiti di scena, dalle tute in acetato alla argentea coda di una sirena. Forte e fragile. Affascinante e poetica come una rosa che fiorisce. Liquda e trasparente, sinuosa e leggera. Che con gli Smith alla fine chiede «Please, Please, Let me Get what I want». Per favore lasciatemi essere quello che voglio.

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