La Nuova Sardegna

I cavalli al centro della festa Istantanee di un rito antico

di Salvatore Ligios
I cavalli al centro della festa Istantanee di un rito antico

Dalla Sartiglia a “Sa carrela ’e nanti”, una passione che tocca tutta l’isola

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di Salvatore Ligios

Per quanto non sia corretto fare classifiche e attribuire premierati nell’isola che conta 377 comuni e ognuno si difende il suo a denti stretti, le tradizioni equestri di carnevale si possono riassumere in due nomi: la . Sartiglia di Oristano e “Sa carrela” di Santu Lussurgiu. Ciò non vuol dire che oggi esistono solo queste due realtà ma esse sono la sintesi dello stato delle feste equestri di carnevale, poiché ancora mantengono quegli elementi che rimandano a una tradizione storica documentata e allo stesso tempo riescono a sopravvivere e competere per stare al passo con la modernità nonostante il mondo nel frattempo sia cambiato radicalmente.

Naturalmente al popolo dei fotografi, sempre più numerosi e professionali, la questione interessa relativamente perché la caccia si fa dove ci sono prede e occasioni per esercitarsi a incamerare files digitali “a raffica”. Anche se poi occorrerà avere molto tempo per riguardare e selezionare le migliaia di immagini. E quello è sempre meno.

A Oristano i fotografi devono passare dal filtro dell’organizzazione, chi non avrà il pass si dovrà accontentare di trovarsi una posizione interessante in mezzo al pubblico o dalle tribune. A Santu Lussurgiu è tutto più complicato perché il luogo dove avviene la corsa, “Sa carrela” appunto, presenta difficoltà enormi per un fotoamatore inesperto. L’ostacolo successivo è decidere cosa fotografare e ancora più problematico come fotografare. I cavalli della festa non si sottraggono allo sguardo onnivoro dei cacciatori pacifisti e qualche volta si ha l’impressione che anche loro si mettano in posa per farsi fotografare dal lato più fotogenico. Ovviamente con i potenti mezzi messi a disposizione dalla tecnologia ognuno fotografa creativamente a suo gusto.

Le fotografie digitali hanno raggiunto una qualità formale così elevata nel trascrivere i dettagli che registra da rendere, in un confronto diretto, le fotografie del passato neppure troppo remoto modesti reperti da fotoamatori alle prime armi. Ma la fotografia non è solo tecnologia e nel tempo trascorso dalla sua invenzione ha dimostrato di essere qualcosa di più di un’invenzione fatale per occupare a buon diritto il ruolo di linguaggio complesso del mondo contemporaneo.

Suggeriva il filosofo e critico letterario Walter Benjamin che ogni tanto è buona pratica guardare la realtà leggermente fuori fuoco, così l’approssimazione dello sguardo ci permette di avere una visione d’insieme più dettagliata. Suggerimento appropriato per i fotografi d’oggi che per la verità non faticano più a mettere a fuoco perché le macchine fotografiche sono così sofisticate che per accontentare il loro padrone non solo mettono a fuoco sino a 45 punti contemporaneamente ma fanno anche di più. E se questo non dovesse essere sufficiente verrà in soccorso un qualsiasi programma di fotoritocco, attivando la funzione “sharpen” (aguzza) lo scatto sarà pronto per essere scandagliato alla stregua di una reliquia sotto la lente del microscopio.

Le diapositive “ritratto di Su Componidori” e “Cavallini di canna” scattate trent’anni fa da chi scrive, nel lontano 1986, e scartate dalla selezione per il libro “La Sartiglia di Oristano”, edito dalla Soter editrice nel 1994, a riguardarle oggi riconfermano il principio che una fotografia si fa guardare anche a distanza di tempo se è in grado di trasmettere un’emozione vissuta, se racconta nella sua semplicità un fatto avvenuto, anche quando i materiali e le tecniche di ripresa sono nel frattempo diventate obsolete e dimenticate.

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