Luftwaffe, dialogo con la Regione
Vertice tra Pigliaru e i sindaci, allarme per i posti di lavoro a rischio
CAGLIARI. Pochi giorni fa, durante un’affollata assemblea, avevano denunciato la “tragedia sociale” che si innescherebbe con la chiusura della base militare di Decimomannu. La partenza della Luftwaffe, l’aviazione militare tedesca, annunciata per la fine del 2016, secondo i sindaci del territorio metterebbe a rischio circa 2000 posti di lavoro. Ieri gli amministratori – in testa il sindaco di Decimo Anna Paola Marongiu – hanno avuto un confronto con il governatore Francesco Pigliaru. Alla Regione è stato chiesto di attivarsi per fare in modo che i tedeschi cambino idea, mantenendo il presidio militare e continuando così ad assicurare buste paga importantissime in una zona dell’isola segnata da una forte crisi economica. Pigliaru non chiude le porte alla Luftwaffe. Il presidente della Regione ha ricordato le posizioni della Giunta, approvate e votate nel luglio 2014 dal Consiglio regionale. «Ci siamo impegnati a perseguire il riequilibrio e il ridimensionamento della presenza militare in Sardegna, così come a lavorare per la riconversione dei poligoni nel segno della ricerca e dell’innovazione. La situazione di Decimo sottolinea la nostra posizione. Le basi diventino occasione per catalizzare investimenti in ricerca, innovazione e tecnologie che, nate in ambito militare, possono essere sviluppate in senso duale, così da essere utili all’intera società». Ma nonostante questa posizione abbastanza netta – sulla questione delle servitù militari è attivo da mesi il tavolo Stato-Regione – Pigliaru ha garantito la disponibilità a dialogare con i tedeschi: «Nella comunicazione fatta alle istituzioni locali il Comando tedesco ha illustrato motivazioni che nulla hanno a che fare con la condizione specifica della Sardegna. Per questo rimane la nostra disponibilità a valutare eventuali richieste che arrivino dai tedeschi come dal Governo italiano, finalizzate al mantenimento della loro presenza. Valutazioni che faremo in intesa con le comunità interessate». Nella base sono impiegate circa 2000 persone, compresi i lavoratori dell’indotto.
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