La Nuova Sardegna

«Siamo sei teste matte e diamo al pubblico un crossover d’autore»

di Roberto Sanna
«Siamo sei teste matte e diamo al pubblico un crossover d’autore»

SASSARI. Lunedì a Roma alla Casa del jazz per ritirare dalle mani di Don Luigi Ciotti il primo premio del concorso nazionale “Musica contro le mafie”, conquistato a furor di popolo nella finale dello...

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SASSARI. Lunedì a Roma alla Casa del jazz per ritirare dalle mani di Don Luigi Ciotti il primo premio del concorso nazionale “Musica contro le mafie”, conquistato a furor di popolo nella finale dello scorso dicembre col brano “Cazz... Boh”. Il giorno dopo a Casa Sanremo, nel pomeriggio che precede l’inaugurazione del Festival della canzone italiana, per un set di venti minuti al Palafiori (di fronte all’Ariston) nel luogo che dà vita agli eventi collaterali più caldi ed è considerato “un festival nel festival”. Il viaggio dei Nasodoble si arricchisce di due nuove tappe e possono essere quelle decisive per gettare un ponte oltre il Tirreno, dopo quasi dodici anni di grandi fatiche e battaglie in Sardegna nel corso delle quali hanno cercato il non facile punto d’incontro tra la coerenza musicale e la voglia di aprirsi a palcoscenici importanti. Il gruppo sassarese dal 2004, anno della nascita, è sempre andato avanti con la stessa formazione (Alessandro Carta voce, Peppino Anfossi violino elettrico, Simone Sassu tastiere, Andrea Fanciulli chitarra, Alessandro Zolo basso, Carlo Sezzi batteria) producendo due album e alcuni videoclip, esibendosi in Sardegna e nella penisola. Il botto è arrivato alla fine dello scorso anno, quando il brano “Cazz boh”, risalente in realtà al 2014, ha sbancato il concorso “Musica contro le mafie” col suo testo graffiante («racconta il disastro politico, sociale, mafioso, militare e industriale della Sardegna degli anni zero») e un video, cliccatissimo sul web, al quale hanno partecipato alcuni degli artisti sardi più noti. Risultato? «La vittoria di un popolo intero, quello sardo – raconta Alessandro Carta alla vigilia della partenza –. La giuria del concorso è rimasta molto colpita da quanto il brano sia stato sostenuto dalla gente della nostra isola, sul web abbiamo fatto numeri incredibili».

Con quale stato d’animo vi presentate a queste due giornate così importanti?

«Intanto tengo molto a dire che tutto questo è stato possibile grazie anche alla collaborazione della Tronos Digital di Gabriele Salis, agenzia di servizi che si occupa di vendite on line. e di Brincamus, un’associazione che ha sede a Bologna e supporta i sardi che vanno a fare esperienze nella penisola. Uscire dalla Sardegna non è semplice, o meglio, è molto difficile se non ti interessano certe cose. Per quanto riguarda l’incontro con Don Ciotti siamo emozionatissimi, è un grande personaggio e resta un’icona nella questione della confisca dei beni ai mafiosi. A Sanremo avevamo già fatto qualcosa nel 2008, avevamo suonato in un evento collaterale che si era svolto al Casinò. Non sappiamo che cosa potrà portarci questa nuova esperienza, potrebbe esserci utile oppure restare fine a se stessa, chissà».

Com’è nata la vostra partecipazione al concorso?

«In realtà io non amo molto i concorsi, devo ammettere però che ci ha dato una bella opportunità proprio per il sostegno popolare che abbiamo avuto. Peraltro ci siamo fatti notare con un lavoro che non è certo nuovissimo, se ci pensate “Cazz... boh” risale a due anni fa, non sono pochi».

Ma che tipo di lavoro è “Cazz... boh”?

«Io la definisco la classica canzone ben riuscita. Ci rappresenta in tutto e per tutto, ci ha fatto conoscere a un pubblico più vasto e questo senza che ci siano state concessioni ad aspetti che non ci interessano. Magari è un po’ ruffiana, ma non ha aperture verso un certo modo di essere commerciali che non ci appartiene, non so se mi sono spiegato. Vedete, noi stiamo mandando avanti il progetto Nasodoble da oltre dieci anni e quello che abbiamo sempre voluto è produrre lavori di qualità a ogni costo».

Non è semplice, specie in un’isola.

«Infatti questo successo ci conforta molto. Negli ultimi anni, e non solo nel campo musicale, la tendenza purtroppo è quella di andare sempre al ribasso a discapito proprio della qualità. Il viaggio e l’immaginario poetico solitamente non sono bene accolti. Con questa canzone siamo usciti dai confini del prodotto dio nicchia per approdare a territori più vasti, sicuramente ora abbiamo visibilità in un bacino di pubblico più ampio».

I Nasodoble sono insieme da oltre dieci anni, sempre con la stessa formazione: anche questo non è semplice.

«Non è semplice soprattutto perché bisogna tenere insieme sei teste matte come le nostre... Alcuni di noi suonavano insieme già da molto prima del 2004, la verità è che noi a questo progetto abbiamo sempre tenuto tantissimo. Non è un progetto esclusivo, nel senso che ognuno di noi lavora anche su altre cose, ma al momento giusto ci ritroviamo perché siamo molto legati tra di noi. Possiamo dire che i Nasodoble ci restituiscono la nostra vera dimensione.Veniamo tutti dall’underground sassarese, un crogiuolo che ha sempre fornito grandi idee e tuttora è percorso da un grande fermento. Purtroppo emergere è molto difficile».

Una questione di mancanza di spazi dedicati?

«No, alla fine gli spazi per suonare in qualche modo si possono trovare.Il fatto è che a Sassari ci sono tante belle idee e poi manca il management che ti aiuti a realizzarle, manca un circuito. L’unico che possa davvero aiutarti è appunto Tronos che è un vero punto di riferimento perché è un venditore, anche importante, ma se vede che il lavoro è buono può anche entrare nelle vesti di coproduttore».

Alla fine, chi sono i Nasodoble?

«La nostra musica è indefinibile, potremmo chiamarla un crossover d’autore: tendiamo a utilizzare diversi generi musicali in un contesto finalizzato alla visione poetica del disco. Non siamo un gruppo “combat” locale, pur mantenendo sempre le nostre radici in Sardegna, abbiamo sempre avuto un’idea internazionale della musica. Andiamo a sondare tutti gli aspetti dell’uomo e dell’esistenza e, lo sapete, l’uomo è un animale complesso quindi i temi da sviluppare sono tanti. Bisogna avere il coraggio di osare e a me osare piace tanto, in più siamo tutti grandi e rodati, non abbiamo certo paura del palco. Quello che vogliamo è coinvolgere la gente, ma non battendo le mani tutti insieme: vogliamo che chi viene a un nostro concerto condivida il viaggio».

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