Le radici violente del grande sogno a stelle e strisce
“The Hateful Eight”, nascita di una nazione Rapace egoismo alle origini della storia degli Usa
di FABIO CANESSA
Dopo il logo della Weinstein Company, la potente casa di produzione, le prime note dell’opening firmata da Ennio Morricone accompagnano l’introduzione a un suggestivo paesaggio invernale dominato dal bianco. Montagne e alberi sopportano il peso delle neve che sembra quasi piegare una grande scultura lignea raffigurante Cristo che appare improvvisamente dopo quelle prime inquadrature sull’ambiente a campo a lungo. Lentamente la camera si sposta dal primo piano del viso di Gesù all’indietro e sullo sfondo, mentre scorrono i titoli di testa in stile vintage con caratteri di colore giallo, si comincia a intravedere qualcosa. Quello che all’inizio è solo un puntino nero poco distinguibile, con il passare dei secondi si avvicina. Prende forma. È una diligenza trainata da tre coppie di cavalli che si fa velocemente strada tra la neve. Comincia così “The Hateful Eight”, il nuovo film di Quentin Tarantino, da ieri nelle sale italiane.
NEVICA A OVEST. Dimenticato, dato per morto da decenni, disseppellito in rare occasioni e quasi sempre con scarsi risultati, il glorioso genere western si ripresenta con ambientazioni gelide, invernali in due dei più importanti film americani della stagione: “Revenant” di Inarritu e, appunto, l’ottavo lungometraggio di Tarantino. Certo, anche se ha spesso prediletto paesaggi assolati, aridi, desertici, non è la prima volta che nel cinema di frontiera si palesa la neve come elemento di connotazione geografica se non di rilevanza fondamentale nella narrazione: da un classico come “Terra lontana” di Anthony Mann a certi western degli anni Settanta, quando si stava esaurendo il periodo d'oro del genere, come “I compari” di Robert Altman e “Corvo rosso non avrai il mio scalpo” di Sydney Pollack. Neve presente anche in spaghetti western come “Il grande silenzio” di Sergio Corbucci.
WESTERN DA CAMERA. Grande appassionato del cinema del regista italiano (già omaggiato con “Django Unchained”, il suo precedente lavoro) Tarantino pensa, e non lo nasconde, a quel film con Klaus Kinski. Ma dopo quell’inizio che sembra anticipare un western con tutte le sue caratteristiche principali, sorprende lo spettatore. I grandi spazi scompaiono e vengono sostituiti da interni: prima la diligenza sulla quale viaggiano il cacciatore di taglie John Ruth e la prigioniera Daisy Domergue, ai quali si aggiungono durante il percorso il maggiore Marquis Warren, ex soldato unionista diventato bounty killer, e un novello sceriffo, Chris Mannix. Poi, soprattutto, l’emporio di Minnie, dove i quattro trovano rifugio da una tempesta e dove incontrano il messicano Bob, il boia Oswaldo Mobray, il mandriano Joe Gage e l’ex generale confederato Sanford Smithers. Sono loro gli odiosi otto del titolo. Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Samuel L. Jackson, Walton Goggins, Demián Bichir, Tim Roth, Michael Madsen e Bruce Dern. Alcuni ormai attori feticcio del regista. Tarantino li chiude tutti lì dentro, in una locanda, e il film assume così un impianto teatrale.
GIOCO TRA I GENERI. «So che non riuscirò a realizzare tutti i film che vorrei fare quindi finisco per farne cinque alla volta». Durante la conferenza stampa per l’anteprima a Roma, Tarantino ha risposto così alla domanda che nasce spontanea dopo la visione di “The Hateful Eight”. Perché non può sfuggire che quel western, scivolato poco dopo l'inizio sul cinema teatrale, accoglie poi, nel corso del suo svolgimento (quasi tre ore), elementi del giallo alla Agatha Christie, dell’horror alla Carpenter, prima dell’inesorabile bagno di sangue, della violenza che sfocia nello splatter, marchio di fabbrica del regista. Come un alchimista Tarantino mescola, ricicla, omaggia, dà nuova forma a tanto cinema di genere. E ormai, dopo aver costruito una propria importante filmografia, anche il suo stesso cinema. Immediati alcuni riferimenti, quasi autocitazioni.
IL TEMA RAZZIALE. All'inizio, per esempio, l’incontro tra il cacciatore di taglie bianco, Kurt Russell, e quello di colore, Samuel L. Jackson, che fa pensare a quello tra Christoph Waltz e Jamie Foxx, protagonisti di “Django Unchained”. E ancor più evidente e importante è l'accostamento tra l’emporio di Minnie e il capannone dove finiscono per sbranarsi a vicenda i protagonisti del primo lungometraggio del regista: “Le iene”.Sono passati vent'anni da quel fulminante esordio, seguito da “Pulp Fiction” che lo ha immediatamente consacrato come autore di grande livello con la vittoria della Palma d'oro a Cannes e dell'Oscar per la miglior sceneggiatura. Quegli anni Novanta restano i migliori per Tarantino, che ha cambiato il suo modo di fare cinema, guardando sempre più spesso con le sue storie anche alla Storia. Ritorna in “The Hateful Eight” il tema razziale, della nascita di una nazione nel sangue, nella violenza, nella giustizia fai da te. Un passato che aleggia nelle contraddizioni dell'America di oggi.
UBRIACO DI PArOLE. Il cinema di Tarantino sembra però aver perso un po' di smalto,di naturalezza. C’è una verbosità in questo suo nuovo lavoro che chiede tanto allo spettatore in tutta la prima parte. Una lunghissima premessa che sembra quasi una dimostrazione della propria capacità di scrittura, un’ubriacatura di parole non facile da digerire e senza nemmeno quella brillantezza che ha reso cult alcune scene e dialoghi di suoi precedenti lavori. La sveglia arriva dopo un’ora e mezza, quando le carte vengono pian piano scoperte e il film acquista maggior ritmo, con scene che si possono definire tarantiniane. Abbastanza per uscire dalla sala comunque soddisfatti. Non abbastanza per amare “The Hateful Eight” come i migliori film di Tarantino.
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