La Nuova Sardegna

Diana: «Lavoravo molto, quei soldi mi spettavano»

di Mauro Lissia
Diana: «Lavoravo molto, quei soldi mi spettavano»

L’ex capogruppo del Pdl si difende in tribunale dall’accusa di peculato L’acquisto di libri per 55mila euro: «Dovevo completare la collezione»

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CAGLIARI. Domanda del pubblico ministero: «Onorevole Diana, può spiegare che attinenza avevano i libri preziosi da lei acquistati coi 55 mila euro del gruppo regionale Pdl, con l’attività politico-istituzionale?» Risposta di Diana: «Nessuna. Dovevo completare la collezione. D’altronde quel denaro mi spettava, lavoravo dal lunedì al venerdì. Addebitarli sul conto del gruppo era l'unico modo per rendere chiaro che non stavo portando via nulla, tutto trasparente. Come capogruppo assolvevo ad un ruolo gravoso, non è facile reggere un gruppo di trentuno consiglieri da soddisfare in tutte le loro esigenze politiche e istituzionali, sostituirli in commissione. Il mio andirivieni con Cagliari mi ha portato a fare 75-77 mila chilometri all'anno distruggendo diverse auto, nelle riunioni nazionali era emerso che in Italia gli altri capogruppo avevano un’indennità aggiuntiva. Ne ho parlato con Sanna, Artizzu e Gallus, mi sembrava una cosa abbastanza normale».

Imbarazzo in aula. Trenta secondi di gelo: il pm Marco Cocco assentisce con gli occhi sgranati, il presidente del tribunale Claudio Gatti guarda fisso l’imputato, neppure una parola dai difensori Mariano e Massimo Delogu che assistono all’esame-performance dell’ex politico di Oristano - ora commercia in ricambi d’auto e lubrificanti - a giudizio immediato dopo essere finito anche in carcere per tredici fatti di peculato aggravato e falso ideologico continuato, l’accusa è di aver speso illegalmente 670 mila euro - più altri 143 mila nell’inchiesta-bis - tratti dal fondo pubblico del gruppo.

Il racconto. Erano all’incirca le 11 e nell’aula della prima sezione è andata in scena la politica che ha generato l’antipolitica, dove lo stipendio annuale di un operaio si spende per un convegno con porchetti conseguenti e a Natale capita quello che Diana ha raccontato con tono risoluto, seccato per il fastidio di trovarsi in tribunale a difendere ciò che ritiene normale: «Le penne Montblanc? Certo, ci siamo riuniti, tutti e trentuno i consiglieri del gruppo di centrodestra, e abbiamo deciso di farci questo regalo». Attenzione però: «Il venti per cento della spesa l’abbiamo destinato all’Unicef». Come dire: quasi tutto a noi, ma un pensierino anche ai bambini poveri. Cocco ha mantenuto l’aplomb e ha sollecitato altri dettagli, quello di ieri è stato il primo interrogatorio di Diana sui fatti che vanno dal 2009 al 2013: «Siamo andati io e la consigliera Simona De Francisci, era stata lei da vicecapogruppo a proporre l’acquisto, e abbiamo scelto le Montblanc». Una costosa stilografica a ciascuno: «Solo Carlo Sanjust l’ha rifiutata e si è molto alterato per quell’acquisto». Il pm l’ha corretto: «Una penna è stata trovata a casa di Sanjust, ancora confezionata. Mentre risulta che il solo a non averla ritirata è Pietro Pittalis». Diana ha alzato le spalle: «Non lo so».

Vini e formaggi. Forse l’esame si sarebbe potuto chiudere qui. Ma il pm, legge alla mano, deve passare in rassegna davanti al tribunale tutti i capi d’imputazione. Così si è parlato delle «dotazioni informatiche» per 323mila euro e dei televisori da 56 pollici («io ho firmato le fatture, ma non so a chi siano andati») e dei 136 chili di formaggio con le 25 confezioni di vino («erano piccoli omaggi») compreso il portafogli da regalare a una collaboratrice della De Francisci («una colletta organizzata dal segretario del gruppo Alessandro Pusceddu»), trenta euro a testa che non si sa in quali tasche siano finiti, visto che poi il cadeau è stato pagato coi soldi del gruppo. Tutto normale, per Diana: «Sono regali, la borsa che ho qui con me è un omaggio del consiglio». Così com’erano omaggi le decine di prosciutti, un quadro d’autore, le ciotole di ceramica che giravano tra onorevoli e dipendenti, i soldi versati per il convegno “Capre in fiera” organizzato dall’assessore Mariano Contu: «Una volta alla settimana Pusceddu mi portava le fatture e io firmavo, mica faccio l’agente delle imposte o il finanziere. Ogni consigliere ha la sua autonomia ed è difficile stabilire che cosa rientri nelle spese politiche e istituzionali e cosa no». Per questo Diana, quando la tempesta giudiziaria s’avvicinava, ha concordato un regolamento sull’uso dei fondi: «Lo feci esaminare al magistrato Mario Marchetti, che mi suggerì correzioni». Poi venne faticosamente approvato.

Il banchetto nuziale. Tre ore non sono bastate a esaurire i capi d’imputazione, quindi si andrà avanti il 15 aprile per parlare del banchetto di nozze a spese pubbliche dell’onorevole Sanjust.

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