La Nuova Sardegna

“Nastri d’argento”, Faber e la Sardegna

Tra i finalisti Gianfranco Cabiddu con il docufilm su De André

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SASSARI. A metà degli anni Settanta Fabrizio De André acquista la tenuta dell’Agnata, dove qualche anno dopo sceglie di vivere. Ama quella terra e non l'abbandona nemmeno dopo la brutta esperienza del rapimento del 1979. Un legame forte con quel territorio, e più in generale con tutta l’isola, che Gianfranco Cabiddu racconta nel documentario “Faber in Sardegna”, tra i candidati ai Nastri d’argento che saranno assegnati a fine mese.

In attesa di conoscere la cinquina finalista che sarà svelata nei prossimi giorni, il film del regista sardo è stato infatti selezionato dalla giuria dei giornalisti cinematografici insieme ad altri 39 titoli, divisi in due categorie: la produzione dedicata ai temi del reale e documentari dedicati al cinema (ai quali si sono aggiunti sempre più numerosi, i titoli dedicati alla cultura, alla musica, al teatro, agli spettacoli in genere). A questa seconda categoria appartiene “Faber in Sardegna”, uscito al cinema lo scorso fine maggio con un discreto successo di pubblico.

«È andato molto bene – ricorda Cabiddu – incassando più di 300mila euro in due giorni di programmazione. Un ottimo risultato per un documentario». Se gli spettatori in sala hanno apprezzato, la segnalazione in vista dei Nastri d’argento dimostra anche l’attenzione di critici e giornalisti verso il racconto intimo dello speciale rapporto del cantautore con l'isola. «Un progetto spiega il regista – nato dall’amore, l'ammirazione per Fabrizio De André e dalla conoscenza con Dori Ghezzi che si è sviluppata nel corso degli anni a Time in Jazz». Il documentario infatti, oltre a interviste a chi gli è stato vicino, amici e personaggi conosciuti, si concentra anche su musicisti ripresi dal vivo durante i vari concerti all'Agnata organizzati dal festival fondato da Paolo Fresu in collaborazione con la Fondazione De André per rendere omaggio al cantautore genovese.

«La cosa che mi ha colpito di più del suo legame con la Sardegna – racconta Gianfranco Cabiddu – è il modo in cui è entrato in contatto con quel territorio, con la cultura dell’isola. Anche la disavventura del sequestro divenne per lui non motivo di respingerla, ma di approfondire meglio la conoscenza della Sardegna. Era più sardo di molti sardi».

Tra i documentari finalisti nella stessa categoria del film di Cabiddu figurano “Gli uomini di questa città io non li conosco” di Franco Maresco (omaggio al drammaturgo palermitano Franco Scaldati) e “Il segreto di Otello”, diretto da Francesco Ranieri Martinotti, sulla famosa trattoria romana Otello alla Concordia che nel Dopoguerra divenne il punto di ritrovo dei principali protagonisti del cinema italiano: da Monicelli a Fellini, da Antonioni a Pasolini, da Scola allo sceneggiatore sardo Franco Solinas. Nella sezione riservata alla produzione dedicata ai temi del reale da segnalare invece, tra i venti candidati, “L'infinita fabbrica del Duomo” di Martina Parenti e Massimo D’Anolfi (già autori un paio di anni fa dell’ottimo “Materia oscura” sugli esperimenti bellici nel territorio del poligono del Salto di Quirra) e “Registro di classe” realizzato da Gianni Amelio insieme con Cecilia Pagliarani.

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