La Nuova Sardegna

I colori dell’identità: l’abito che racconta le donne di Desulo

di BLASCO FERRER
I colori dell’identità: l’abito che racconta le donne di Desulo

Le storie raccolte da Giancarlo Casula nel libro “Desula” Un paese spiegato attraverso il suo costume tradizionale

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di BLASCO FERRER

Nel lavoro di Giancarlo Casula, Desulo, vissuto e decodificato, dalle donne, diventa «Désula». Il nipote del grande poeta Montanaru intraprende il suo viaggio ermeneutico sottolineando una verità assoluta: nel mondo pastorale vige una severa divisione del lavoro fra uomini e donne, che si traduce in veri e propri segni culturali differenziati. A causa della transumanza gli uomini sostano per parecchi mesi in Campidano – ben nota è la massiccia presenza d'insediamenti desulesi nell'Iglesiente – , e la donna si assume tutti i compiti e fabbisogni familiari e sociali: gestisce la casa e le proprietà, amministra le risorse, bada all’educazione dei figli, mantiene saldi i rapporti con le altre donne e col resto della comunità. A cominciare dai rapporti col vicinato, col rione, «su trighinzu» in barbaricino e «su trighignu» a Desulo, la cellula nucleare dove esiste massima coesione, e anche massima omertà per i fatti che non devono trapelare oltre i suoi confini. Privato e pubblico rappresentano così due dimensioni cariche di contenuti profondi, e cause di lacerazioni se non rispettate. (...)

Il racconto di episodi storici, di vicende personali in «Désula» poggia sul costume tradizionale delle donne, una via esegetica invero innovativa ma molto proficua. Perché attraverso le scelte dei colori e i minimi ritocchi nei ricami o in altre parti costitutive del costume le donne comunicano ad altre donne i contenuti di vita minuta, quali il sopravvento d'un tragico fatto, l'estrinsecazione del proprio stato d'animo, e così via.

Con questo linguaggio il segno di massima coesione assegnato al vicinato si cristallizza per esempio limpidamente nel lutto partecipante, nel costume in nero indossato da tutte le donne de «su trighignu», quando muore il bambino di una di loro: la tragedia non è individuale, ma collettiva, e colpisce la prima e fondamentale cellula relazionale. E le sfumature del colore, e minimi ritocchi al costume, contrassegnano anche le seconde nozze d'una donna vedova: non indossa il nero, ma nemmeno il colore sgargiante del primo matrimonio, perché deve mostrare rispetto verso la famiglia del marito defunto e nel contempo gioia verso la famiglia del nuovo marito. Piccolissimi segni, imperscrutabili per chi non appartiene alla comunità, ma finemente descritti dal nipote di Montanaru.

In questa strana osmosi tra testo etnografico e racconto pluribiografico il lettore rimane più volte affascinato dalla forte carica emotiva che sottende ai messaggi in codice trasmessi dalle donne in ogni situazione, e anche dalla notevole qualità espressiva dell'autore, puntiglioso nei dettagli e magnanimo nei corredi esemplificativi. (...)

Sulle comunità montane del Gennargentu e dintorni esistono ormai parecchi studi antropologici, anche firmati da studiosi stranieri. E sui costumi tradizionali, sui termini dei colori, sulla cultura materiale o sulla lingua il lettore interessato troverà una vasta mole di disamine scientifiche e di lavori divulgativi. Anche in letteratura possediamo un alto numero di opere che «raccontano» la Barbagia e i suoi innumerevoli misteri mediante una sperimentazione ibrida, con episodi attinti a fatti reali incrostati in un tessuto narrativo di finzione.

Con questo libro Giancarlo Casula è riuscito, invece, a fornire un lavoro diverso e pionieristico. Ricorrendo per un attimo all’etimologia di testo in quanto «tessuto», io penso che egli sia brillantemente riuscito a fare «snodare» dalle donne di Desulo «i fili» del «tessuto» esistenziale più intimo, producendo un racconto etnografico e storico particolarissimo, in cui «sos sinnos» e le loro valenze arcane vengono alla luce tramite i colori e i ricami dei costumi tradizionali.

Un mio pensiero che è affiorato durante la lettura del volume è che l'emancipazione della donna è da secoli un fatto compiuto a Desulo e attorno al Gennargentu, e che lei è la protagonista principale, la depositaria unica di tantissimi valori e simboli consuetudinari. Sono persuaso che il pubblico lontano da Desulo verrà largamente gratificato da questa fotografia autentica, in bianco e nero, dell'identità più profonda d'una comunità di pastori sardi.

© CARLO DELFINO EDITORE 2016

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