La scoperta, i delfini di Alghero hanno il loro “dialetto”
I ricercatori di MareTerra studiano il linguaggio dei cetacei del Mediterraneo: «Vivono in gruppi ristretti e il loro modo di comunicare varia da zona a zona»
ALGHERO. Giocano, litigano, flirtano e si stressano proprio come noi. E come noi comunicano tra loro utilizzando un linguaggio complesso: non parole o gesti, ma fischi modulati e schiocchi ripetuti, emessi - almeno quando sono in cattività - con una grammatica e una sintassi, tanto che gli esperti addirittura distinguono la combinazione “soggetto, verbo e complemento”. Il fatto che i delfini siano animali sociali, oltretutto molto evoluti, non è certo una novità. Eppure questi straordinari mammiferi, capaci di suscitare lo stupore e la felicità di chiunque li scorga saltellare nei mari, non finiscono mai di sorprenderci. Un esempio? Presto potremmo scoprire che i circa 150 esemplari che popolano le acque della Riviera del Corallo parlano un dialetto locale, una sorta di algherese a uso e consumo dei tursiopi. Indizi forti e chiari ce ne sono già: manca la prova. Esattamente quella che stanno tentando di trovare i ricercatori di “MareTerra - Environmental research and conservation”, ente no profit con sede nella cittadina catalana. I quali, grazie a finanziamenti privati, alle collaborazioni con le aziende Progetto Natura e Nauta-rcs, e ancora al sostegno scientifico degli atenei di Sassari e Palermo lavorano per comprendere il repertorio acustico dei delfini nel Mediterraneo e per capire come esso cambi in funzione del contesto geografico, sociale e antropico.
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L’indagine. «Sappiamo con certezza che per i delfini l’apprendimento dei fischi si tramanda attraverso l’interazione tra genitori e figli – spiega la biologa marina Gabriella La Manna, presidente di MareTerra e collaboratrice del Dipartimento di Scienza della Natura e del Territorio dell’università di Sassari –, ma sappiamo anche che vivono in ristretti gruppi familiari restii a entrare in contatto con altri simili. Quindi, considerando l'indiscutibile carattere di trasmissione culturale della loro forma di comunicazione, ci sono elementi a sufficienza per ritenere che esistano vari dialetti. Noi ora stiamo indagando sulle eventuali diversità di linguaggio tra i tursiopi del Nord Sardegna e quelli della Sicilia, ma dobbiamo ancora verificare a quale scala spaziale cominciano queste differenze. In teoria potrebbero essercene persino con quelli di Cagliari, tanto per dire».
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Il monitoraggio. Ma, nel dettaglio, che tipo di attività svolge il team di MareTerra? E quale strumentazione utilizza? Ogni volta che le onde lo consentono, ad Alghero questo gruppo di studiosi s'imbarca alla ricerca dei delfini residenti nel tratto di mare tra Capo Marrargiu e Capo Falcone. «Sappiamo dove trovarli – svela l’esperta – e quando li avvistiamo incominciamo le operazioni di monitoraggio che consistono nell’attenta osservazione dei comportamenti e nella contestuale registrazione, attraverso l’idrofono, dei suoni da loro emessi». Gli esemplari sono già stati tutti schedati, con foto, caratteristiche individuali e - manco a dirlo - un nome. «A volte glielo diamo per le peculiarità fisiche – racconta sorridendo Gabriella La Manna –, come nel caso della Sfregiata, una mamma delfino che ha evidenti cicatrici, forse dovute allo scontro con un’imbarcazione».
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Le difficoltà. Si tratta dunque di uno studio molto suggestivo e che indubbiamente accresce il fascino di Flipper. «Il senso principale dei delfini è l’udito e la più importante forma di comunicazione è quella sonora – continua –, nonostante ciò il loro repertorio acustico è ancora incompleto, a causa dei limiti nelle attrezzature disponibili, della difficoltà a lavorare sul campo e di adottare sistemi di classificazione oggettivi. Ancora poco chiari sono inoltre i fattori che determinano modifiche nel comportamento acustico di questa specie».
Inquinamento acustico. Un ulteriore aspetto fondamentale degli studi portati avanti dai ricercatori di MareTerra è l’impatto del rumore sottomarino sulla comunicazione e sul comportamento del tursiope. «Dall’avvento dell’industrializzazione su vasta scala – racconta ancora l’esperta – l’ambiente subacqueo è stato sempre più perturbato dal rumore generato dalla presenza umana. Il traffico di navi e imbarcazioni, le esplorazioni sismiche, le costruzioni in mare e i sonar militari sono fonti di inquinamento acustico. E il rumore di origine antropica può mascherare i segnali dei delfini, suscitare risposte comportamentali, cambiare l’uso dell’habitat, causare stress fisiologico cronico ed effetti più ampi a livello di popolazione. Va da sé che tutto questo può portare al peggioramento dello stato di conservazione di una specie già inserita nelle Liste Rosse della Iucn (l’Unione internazionale per la conservazione della natura) nella categoria Vulnerabile».
Strategie comportamentali. Gli ultimi studi pubblicati dai ricercatori con base ad Alghero hanno evidenziato che i tursiopi usano maggiormente le aree costiere durante la notte per sfuggire alle ore di massimo traffico nautico. Poi, in presenza di imbarcazioni a motore, superato un certo tempo di permanenza si allontanano dall'area, mentre davanti ai pescherecci, che offrono migliori opportunità di alimentazione, cambiano strategia comportamentale, rimanendo nell’area e variando le frequenze dei loro suoni per poter comunque comunicare anche con il rumore.
Una tecnica che mette in evidenza la capacità di adattamento di questa specie, ma che potrebbe avere delle conseguenze sul benessere degli esemplari e sulla loro conservazione. «Attraverso l'utilizzo di modelli di distribuzione – conclude la biologa marina – abbiamo dimostrato che il tursiope preferisce zone di alimentazione poco profonde, che spesso ospitano reti alimentari complesse e ricche, ma anche che questa preferenza è vincolata da fattori di disturbo come appunto il traffico nautico».
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